music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

rameses_iii_parsimoniaRAMESES III – Retrospective
(Blink In The Endless, 2016)

Ormai sei anni fa, dopo un paio di Ep che seguivano a breve distanza quel piccolo capolavoro ambienta-folk che rispondeva al titolo di “I Could Not Love You More”, si concludeva l’esperienza artistica di Rameses III. Da allora, i suoi tre componenti non hanno smesso di fare musica, intraprendendo le diverse e parallele strade del duo Padang Food Tigers (Spencer Grady e Stephen Lewis) e dell’attività solista di Daniel Freeman, che ha recentemente regalato lo splendido “The Infinite And The Unknowable”.

L’esperienza della band resta comunque tra le più vivide e ispirate declinazioni di un universo elettro-acustico in bilico tra contemplazione ambientale e malinconia bucolica, in fondo affine alla poetica della countryside che nell’ultimo decennio ha accomunato numerosi artisti inglesi. Allora, acquisita una certa distanza dall’interruzione delle sue pubblicazioni e senza indulgere a celebrazioni, ecco una ricca retrospettiva del lavoro della band, attraverso una raccolta digitale in quattro volumi che, oltre a versioni ampliate degli album “Matanuska” (2006) e “Basilica” (2008), comprende i due rari Ep “Jozepha” e “Parsimònia” (entrambi del 2004), i più recenti “Honey Rose” (2007) e “For José María” (2010), nonché ben undici tracce inedite, sei delle quali formano il nuovo Ep “Across Wounded Galaxies”.
Su quest’ultimo è opportuno concentrarsi, senza ovviamente trascurare gli itinerari tra folk e sperimentazione dronica più o meno increspata rinvenibili risalendo la discografia della band, né tanto meno il toccante minimalismo dell’espansa pièce pianistica “For José María”.

rameses_iii_retrospectiveI brani di “Across Wounded Galaxies” sono appunto coevi rispetto ad “I Could Not Love You More” e in qualche misura ne completano il contenuto, offrendo tuttavia uno spaccato sostanzialmente diverso della sensibilità della band in quel particolare momento creativo. Chi, infatti, avrebbe mai potuto pensare che a margine di quel disco di delicatezza coinvolta ed estatica i componenti della band coltivassero ispirazioni, ad esempio, per i My Bloody Valentine e per il jazz elettrico degli anni ’70? La rivelazione, oltre che dalle note a margine dell’Ep, proviene dal feedback soffocato dell’iniziale “When The Phone Goes Dead I”, di fatto più prossima ai primi Epic45 che alla band di Kevin Shields, peraltro del tutto depotenziato nella seconda versione dello stesso brano, che invece lambisce suggestioni tra Bark Psychosis e Zelienople, scandita da un’interpretazione vocale placida ed evocativa. Si tratta di vesti sonore sostanzialmente diverse, tuttavia confermate dalle torsioni elettriche di “We Climb” e “Excerpt From The Keeper”, che invece svaporano lasciando affiorare le rugiadose risonanze della title track.

Al di fuori dell’Ep, altri inediti significativi sono il breve scorcio acustico “Sartoris” e quello avvolto da suadenti nebbie ambientali “Light In August”, che insieme completano paesaggi sonori allegati a un immaginario bucolico al tempo stesso concreto e inafferrabile, lo stesso variamente descritto lungo l’itinerario d’ascolto di ben quattro ore del quale consta una retrospettiva che rende fedelmente merito a un’esperienza artistica davvero preziosa, da non dimenticare, anzi tutta da (ri)scoprire.




http://www.ramesesiii.com/

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