music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: EMANUELE ERRANTE

È appena tornato a manifestarsi in forma solista uno dei più interessanti esponenti italiani della ricerca tra ambient sperimentale e codici neoclassici. In coincidenza con la pubblicazione di “The Evanescence Of A Thousand Colors“, Emanuele Errante racconta i suoi sette anni di silenzio solo apparente e le profonde fonti di ispirazione della sua produzione mai scontata.
Hai da poco pubblicato un nuovo album a ben sette anni da “Time Elapsing Handheld”: quali sono stati i motivi di questo prolungato silenzio, almeno dal punto di vista della tua produzione solista? Come si è evoluto in questo periodo il tuo approccio alla musica?
Non sono stati sette anni di inattività, anzi, visto che nel frattempo avevo sposato il progetto ELEM, insieme a Marco Messina (99Posse), Fabrizio Elvetico e Loredana Antonelli (visuals), con il quale abbiamo fatto tantissimi live in giro per l’Italia e due dischi. Proprio durante la registrazione dell’album, ho però sentito il forte bisogno di riprendere in mano le cose che avevo lasciato e alla fine ho dovuto fare una scelta, per certi versi dolorosa.
La verità è anche un’altra: ero un po’ stanco dei soliti cliché, ero alla ricerca di qualcosa di nuovo, di diverso, anche se desideravo che l’ambient restasse il mio genere di riferimento. In questi anni ho fatto quindi diversi esperimenti per cercare di fondere il mio lato più sperimentale con le atmosfere post-rock. Ho tantissimo materiale prodotto durante queste divagazioni, ma non trovavo niente che mi soddisfacesse davvero. Alla fine è nato “The Evanescence Of A Thousand Colors”, album in cui si percepisce l’intenzione di questa mia ricerca, in particolare nella seconda parte del disco. Vorrei continuare questo percorso, ci sarebbe ancora tanto da fare.

Hai da poco realizzato una seconda collaborazione con Chris Hooson (Dakota Suite), questa volta insieme anche a Dag Rosenqvist, dopo quella di “The North Green Down” (2011). Come sei entrato in contatto con lui?
Il sodalizio con Chris iniziò in occasione del suo album di remix “The Night Just Keeps Coming In”. Chris mi contattò per il remix del suo brano “Second Hand Light”. Il lavoro che feci gli piacque particolarmente e mi propose di fare un intero album insieme. Da lì nacque “The North Green Down”.
Per quanto riguarda “What Matters Most”, invece, Chris e Dag avevano già avviato la stesura dei primi brani quando Chris mi ha contattato per chiedermi di salire a bordo. Ne sono stato entusiasta, per la stima che nutro per entrambi e perché ero certo dell’elevato potenziale artistico e qualitativo dell’operazione.

In particolare, il recente “What Matters Most” comprende anche alcune vere e proprie canzoni nell’abituale stile introspettivo di Hooson: com’è stato partecipare alla manifestazione verbale di sue emozioni molto intime? E, in generale, qual è il tuo rapporto con musica non soltanto strumentale?
Con Chris c’è sempre stata totale sintonia sugli stati d’animo e sulle emozioni; sia la fase creativa che quella compositiva si sono sempre basate su una profonda introspezione, a prescindere dagli strumenti e dai suoni utilizzati e su questo siamo incredibilmente compatibili. La voce e il modo di cantare di Chris si integrano perfettamente in questo contesto. Già tempo fa proposi a Chris di lavorare su qualche suo brano cantato, perché ero certo della forte spinta emotiva che avrebbe prodotto. Credo infatti che l’aggiunta della sua voce e di un testo abbiano sicuramente arricchito il nostro lavoro.
Più in generale, per diversi anni ho pensato che in una società come la nostra, in cui le parole vengono costantemente abusate, la vera rivoluzione fosse invitare le persone a guardarsi dentro, ad ascoltare loro stesse e i loro silenzi e non le parole inculcate da altri. È stato per questo che ho preferito comporre musica strumentale e in parte sono ancora convinto della scelta. Trovo però altrettanto meditativo e introspettivo l’effetto prodotto da specifiche voci, capaci di scavare in profondità nella nostra anima.

Ritieni la definizione “modern classical” calzante per le sempre più diffuse proposte di “compositori” che uniscono una strumentazione classica all’elettronica e all’ambient music?
No, “modern classical” è un appellativo che non ho mai amato, perché c’è veramente poco della musica classica in queste composizioni, se non l’uso di suoni di pianoforte, arpa, violino e/o violoncello. Oltretutto, le idee, le tecniche, gli ambiti e i processi compositivi sono del tutto diversi da quelli della musica classica. In definitiva, o è musica classica (che sia o meno “moderna”) o non lo è, non può esserci una musica “classica” che di fatto “classica” non è.
Poi l’aggettivo “modern”, così come qualsiasi aggettivo che rappresenti uno spazio temporale, applicato alla musica e all’arte in genere mi sembra addirittura controproducente. È un po’ lo stesso discorso che viene fatto nel dibattito sulla definizione di “contemporanea” di uno specifico tipo di musica prodotto a partire dalla fine della prima metà del secolo scorso.

Hai contatti con altri artisti italiani che operano in questo campo? Pensi che vi sia uno spazio per proposte compositive affini alla tua?
Sì, conosco gran parte degli artisti italiani che operano in questo campo. In Italia c’è un interesse crescente per l’elettronica ma è ancora molto residuale per quanto riguarda l’ambient sperimentale e la modern classical. Sono pochissimi (ammesso che esistano davvero) i luoghi in cui vengono proposti live di artisti attinenti, fatta eccezione per i grandi nomi che capitano di tanto in tanto dalle nostre parti, come Gas, Fennesz o Ben Frost. Tutto questo è deleterio, perché impedisce lo sviluppo di una specificità culturale territoriale, di una “scuola italiana” dell’ambient music e della modern classical, come ne esistono invece in altre nazioni. Almeno per me, dopo tanti anni, il principale riferimento continua ad essere il pubblico nordeuropeo. Mi piacerebbe che in Italia ci fosse una maggiore attenzione per il nostro genere.

Aspetti di immediata suggestione sonora e di lucida razionalità nell’osservazione del reale convivono nel nuovo “The Evanescence Of A Thousand Colors”: al di là di quello che si legge nelle sue note di presentazione, puoi approfondire il messaggio che ne è alla base?
Negli anni Novanta suonavo in una band, Media Virus, e il titolo dell’album è la traduzione in inglese di una frase del testo di uno dei nostri pezzi. Con questo titolo ho voluto rendere omaggio a quell’esperienza musicale e ai miei ex-colleghi del gruppo ma soprattutto “l’evanescenza di mille colori” è una frase che mi riporta immediatamente al triste fenomeno del razzismo che oggi stiamo vivendo, non solo nel nostro paese. Nel periodo in cui stavo lavorando all’album mi sono imbattuto in un talk TEDx di una ragazza, Pratyusha Pilla, che denunciava un tipo di discriminazione razziale basato non solo sul colore della pelle, ma addirittura sulla tonalità di colore. Discriminazione che prende il nome di “colorism” e che avviene sistematicamente in settori come il cinema, la fotografia o la moda ma anche in determinati ambiti sociali. Pratyusha spiegava che prima di ingaggiare una qualsiasi persona dalla pelle nera, chiedono di avvicinare il viso a uno di quei sacchetti di carta marrone per vedere se la tonalità della pelle è più chiara o più scura della tonalità del sacchetto. Ovviamente, nel caso risulti più scura, addio ingaggio. Non importa quanto sei bravo e quanto vali, se la tua pelle è più scura di quel fottutissimo sacchetto di carta, sei fuori. Sono rimasto profondamente colpito da come l’umanità possa essere arrivata a un tale livello di idiozia, ho ripensato per giorni e giorni a quel talk e alla fine ho deciso di usare la frase della canzone della mia vecchia band come titolo dell’album per lanciare un messaggio assolutamente antirazzista. Non solo, ho anche deciso di campionare una delle frasi salienti del talk di Pratyusha e di usarla in un brano (“Beauty”) e di riportare la frase stessa nella copertina dell’album.

In generale, quale contributo pensi possa dare un musicista al contesto socio-politico nel quale vive? E quali strumenti può a tal fine utilizzare oltre a quelli espressivi propri della sua forma d’arte?
L’arte in generale è comunicazione. Ogni artista risponde a un bisogno interiore di comunicare, appunto, attraverso la sua arte. Sta alla sensibilità di ognuno capire quanto sia importante e necessario comunicare anche le proprie idee e le proprie posizioni o fare sue determinate lotte contro le ingiustizie sociali, le discriminazioni, l’oppressione di un popolo su un altro, l’abuso di potere e qualsiasi altra piaga della nostra contemporaneità. I modi sono tanti, oltre all’arte stessa: se ne può parlare, si può partecipare attivamente, si può supportare una determinata istanza… Personalmente credo sia fondamentale farlo. Sono parte di questa società, faccio musica, la musica, in quanto tale, dovrebbe accomunare, abbattere le barriere, buttare giù i muri, cancellare le differenze, guardare al mondo e non al proprio fazzoletto di terra. Di conseguenza, anche se faccio musica strumentale, sento il bisogno di parlarne, di sensibilizzare attraverso i miei album. Poi, ripeto, sta alla sensibilità di ognuno ma credo che chi fa arte non possa girarsi dall’altra parte (fa anche rima!). Certo, sono sempre piccoli sassi nello stagno ma insieme si può creare uno tsunami e io voglio fare la mia parte per generarlo. E se il razzista di turno non acquisterà il mio disco perché è ricco di messaggi contro il razzismo e le discriminazioni, non mi strapperò di certo i capelli, anzi, ne sarò felice.
Le colonne sonore hanno di recente acquisito una piena dignità quale autonomo veicolo di espressione di un compositore: per te quale rapporto sussiste tra musica e immagini? Sei interessato al mondo delle colonne sonore?
La musica è quello che vedi, le immagini sono quello che senti. Sembra un controsenso ma non lo è. Il rapporto tra musica e immagini è proprio questo, è l’esperienza multisensoriale che ne deriva. Di conseguenza non posso che sottolineare quanto io sia affascinato da questo tipo di interazione.

Quanto la tua provenienza geografica dal meridione d’Italia può aver influenzato i contenuti emozionali della tua musica?
Sinceramente non so rispondere, non ci ho mai pensato. Sono nato a Udine da madre friulana, ho passato in Friuli due-tre mesi estivi ogni anno fino ai 23-24 anni, ho vissuto per quattro anni a Bruxelles, tra l’altro nel pieno della mia adolescenza, mi sento napoletano e amo la napoletanità, a Napoli ho anche dedicato un album uscito per la netlabel Laverna (“Gouache”) ma non vivo in città per scelta, preferisco la tranquillità della campagna e del mare. Ecco, forse non è tanto la posizione geografica, quanto il contesto in cui vivo a ispirarmi emotivamente e potrebbe essere ovunque. Probabilmente in certi ritmi cadenzati di molti miei brani puoi ritrovarci la tammurriata, certi loop ipnotici possono ricordare la nenia delle preghiere e delle invocazioni dei fedeli durante le processioni, ma potrebbero essere delle suggestioni, non c’è una mia volontà precisa.

Oltre a quelli con cui hai già lavorato, ci sono altri artisti con i quali ti piacerebbe collaborare?
Al momento ho un live project, Flee, insieme a Luigi Ferrara, musicista elettronico e giornalista. Ho scelto di non intraprendere altre collaborazioni, almeno per il momento. Sento di avere ancora qualcosa da dire nel mio progetto solista e dopo sette anni credo sia giusto non mettere altra carne a cuocere. Per un po’ voglio dedicarmi solo a questi due progetti. Poi chissà…

Avendoti ritrovato con due pubblicazioni negli ultimi mesi, speriamo di non perderti di nuovo di vista per lungo tempo. Stai già lavorando a nuove idee e progetti?
Come dicevo, c’è appunto Flee, progetto basato su improvvisazione live su synth, che mi piace e mi diverte molto. Per quanto riguarda le pubblicazioni a mio nome, ti dico no, non mi si perderà nuovamente di vista, devo recuperare un bel po’ di cose. E lo sto già facendo.

(versione integrale dell’intervista pubblicata su Rockerilla n. 459, novembre 2018)

https://emanueleerrante.com/

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 20 gennaio 2019 da in interviste con tag , , , , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: