music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

PAN•AMERICAN – A Son
(Kranky, 2019)*

Benché negli ultimi anni Mark Nelson non abbia mancato di farsi sentire sotto altre forme (la cassetta a tiratura limitata “Sketch For Winter II: Rue Corridor” e il progetto Anjou) “A Son” è soltanto il suo secondo album vero e proprio a nome Pan•American nel volgere di un decennio esatto. Come tale, rappresenta un piccolo evento per tutti coloro che ne hanno seguito la straordinaria lucidità creativa fin dai tempi dei Labradford. In piena coerenza con la maggior parte della musica da lui realizzata, Nelson ha sempre preferito vivere ai margini della scena indipendente, manifestandosi di tanto in tanto al di fuori della propria sfera di riservatezza con lavori altrettanto votati a un understatement per lo più filtrato da una ricerca sonora afasica, che pure alla sfera personale ed emotiva dell’artista faceva poche e criptiche eccezioni (come nel caso di “For Waiting, For Chasing“, 2006).

Tali tratti personali e creativi, che non potevano che accentuarsi con l’avanzare della maturità, non sono in fondo smentiti dai nove brani raccolti in “A Son”, che pure presentano più di un elemento sorprendente rispetto alla parabola recente di Pan•American e allo stesso stile espressivo consolidato da Nelson lungo quasi tre decenni di attività. Innanzitutto, il lavoro possiede una matrice fondamentalmente acustica e presenta significative parti cantate da Nelson, che pur rappresentando pressoché un inedito nella sua produzione si riconnettono in qualche misura agli albori dei Labradford.

Il mutamento di registro sonoro è evidente fin dalle corde pizzicate del breve intro strumentale “Ivory Joe Hunter, Little Walter” e confermato dall’entrata del caldo timbro vocale di Nelson, che in “Memphis Helena” dispensa armonie trasognate su filigrane acustiche e suoni organici che si sviluppano in maniera compassata. Benché poi “Brewthru” si presenti inizialmente con una struttura quasi di ballata folk, la versione “cantautorale” (virgolette d’obbligo) di Nelson risulta del tutto peculiare, declinata attraverso vibrazioni di corde avvolte da atmosfere ovattate (“Muriel Spark”) e sotto forma di narcolessie vocali di un cullante slow-core (“Drunk Father”). I trasognati languori chitarristici che, lentamente distillati lungo tutto il corso del lavoro, affiorano in superficie in strumentali (“Dark Birds Empty Fields”, “Shenandoah”) dai quali promana un tepore sottilmente malinconico.

Non soltanto per la presenza di testi e per il suo impianto prevalentemente acustico, “A Son” risulta un lavoro estremamente intimo, nel quale Nelson ha dischiuso la propria dimensione personale in maniera esplicita come non mai, rendendo ispirata testimonianza di come ricerca sonora e sentiti contenuti emozionali possano convivere, al pari di semplici arpeggi e granulose risonanze atmosferiche.

*disco della settimana dall’11 al 17 novembre 2019

http://www.kranky.net/artists/panamerican

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Questa voce è stata pubblicata il 11 novembre 2019 da in recensioni 2019 con tag , , , , , , , , , .
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