music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

#musictosave #003

ALEX CHILLTOWN – Eulogies
(Fear Of Missing Out, 2020)
Alex Chilltown è un nome collettivo dietro il quale si cela, insieme ad amici e collaboratori, il londinese Josh Esaw. L’estetica sostanzialmente “diy” del suo debutto “Eulogies” coniuga una varietà di riferimenti tra Ottanta e Novanta, senza mai appiattirsi in emulazioni univoche. Un corollario di bassi pulsanti, tastiere e chitarre effettate sostiene le sue canzoni dalle melodie immediate e dalle atmosfere piacevolmente trasognate. Freschezza oltre la nostalgia.

FORESTEPPE – Karaul
(Klammklang, 2019)
Il più recente lavoro di Egor Klochikhin devia in parte dalla consolidata delicatezza del suo naturalismo ambientale. Pur senza rinunciare al suo approccio analogico, né a una tavolozza minimale popolata da chitarre acustiche, fiati e tastiere giocattolo, l’artista siberiano impiega tali elementi quale fondale sul quale si innestano frammenti di rumore e decostruzioni elettroniche, che offrono un’inedia prospettiva di paesaggismo sonoro.

HAILEY BEAVIS – Whatever You Feel I Do Too E.P.
(OK Pal, 2020)
Rispetto allo scarno formato acustico nel quale si era presentata in una recente uscita della serie “Among Horses”, nella sua prima prova solista Hailey Beavis si cimenta con un formato sonoro ben più articolato. Assistita da una vera e propria band, la cantautrice scozzese confeziona un Ep di cinque ballate di un robusto folk elettrico, innervato da ritmiche e tastiere che ne valorizzano le interpretazioni, dalla forza espressiva non convenzionale.

JOCHEN TIBERIUS KOCH – Astoria
(Schole, 2020)
Come già il debutto “Walden”, anche il nuovo lavoro di Jochen Tiberius Koch è incentrata su una storia. Al tempo stesso, la sua narrazione non è meramente descrittiva, da colonna sonora, bensì presenta elementi che fanno riemergere il background elettronico del compositore tedesco. Non solo, “Astoria” presenta anche alcuni brani cantati, che insieme a pulsazioni sintetiche, innestano un lessico pop e dinamiche pronunciate su una quinta di fragile malinconia cameristica.

LUCY GOOCH – Rushing E.P.
(Past Inside The Present, 2020)

Una voce può essere sufficiente a definire uno spazio sonoro: a questa filosofia aderisce senz’altro Lucy Gooch, artista sperimentale di Bristol al debutto con i cinque brani del breve Ep “Rushing”. Contornata soltanto da misurati strati sintetici, la grande potenza evocativa delle sue parti vocali dischiude un ambiente sonoro al tempo stesso dilatato e di raccolto intimismo, che suggella la spiccata personalità di canzoni sospese nella nebbia, eppure pienamente compiute come tali.

NĀDA MUSHIN – Mono No Aware
(KrysaliSound, 2019)
Fin dall’alias prescelto, il chitarrista milanese Paolo Iannantuoni dimostra la marcata impronta concettuale (e in un certo senso spirituale) delle sue composizioni. Le quattordici dense tracce del suo debutto “Mono No Aware”, disponibile in download a offerta libera, ne evidenziano la visione intenta a catturare le totalizzanti vibrazioni di uno spazio risonante di riverberi e frequenze rumorose. Mastering a cura di Lawrence English.

OFFTHESKY AND BILL SEAMAN – Layers Of Memory In The Quiet Voice Of Motion
(Fluid Audio, 2019)
“Hanutologico” fin dal titolo, la lunga traccia frutto della collaborazione tra Jason Corder e Bill Seaman si dipana come una sinfonia di quarantadue minuti, eseguita da una sonnolenta orchestra di archi e fiati e velata da un microcosmo di frequenze granulose. Le sensibilità analogiche dei due artisti si fondono in un organico flusso sonoro dalle sfumature seppiate, induttivo di una trance meditativa che dilata progressivamente tempi e memorie.

POSTCARDS – The Good Soldier
(T3, 2020)
In principio è stato il folk, per il quartetto libanese segnalatosi con il delizioso Ep “What Lies So Still” (2015). Al secondo album, i Postcards completano invece la transizione verso una formula di soffice dream-pop. Benché la maturazione della band ne abbia in parte normalizzato l’espressione a un accessibile gusto indie, le ricorrenti affinità con Daughter trovano conferma nelle suadenti interpretazioni di Julia Sabra e in progressioni armoniche comunque pregevoli.

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