music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: LOW

La band simbolo dello slow-core celebra i vent’anni di attività. Lo fa senza retorica, nel modo che le viene più naturale, ovvero con la pubblicazione del decimo capitolo di una discografia costellata da tante perle. Nell’occasione, ne ripercorriamo le orme impresse nei due ultimi decenni di musica “rock” indipendente, scoprendone la quotidianità dell’approccio artistico attraverso le parole di Alan Sparhawk.

low_1
Buongiorno Alan come va lì a Duluth?
Come spesso accade, fa molto freddo ma ci stiamo godendo gli ultimi giorni di tranquillità prima dell’inizio del tour promozionale e dei concerti in supporto di “The Invisibile Way”.

Sono passati vent’anni da quando avete cominciato a suonare e siete arrivati al decimo album. Eppure le vostre canzoni continuano ad apparire sempre fresche. È cambiato qualcosa nel vostro approccio alla musica?
Senza dubbio è cambiato tutto. Quando abbiamo iniziato eravamo molto giovani e ingenui. Abbiamo passato i primo otto-dieci anni della nostra attività fondamentalmente a scoprire e provare a esplorare le nostre possibilità e credo che gli album usciti in quel periodo lo dimostrino chiaramente. Col passare del tempo, però, abbiamo trovato la nostra voce. Adesso il nostro approccio è molto diverso: ogni volta che iniziamo a scrivere per un nuovo album è una sfida e ci chiediamo “Come possiamo andare avanti, come possiamo migliorarci e dire qualcosa di diverso, interessante e, in qualche modo, sorprendente rispetto a quanto abbiamo già detto e fatto nei lavori precedenti?”. Così nella maggior parte dei casi decidiamo per uno studio di registrazione e per dei collaboratori con i quali suonare. Situazioni e persone che possono darci una spinta a esplorare nuove situazioni e soluzioni. Spesso questo ci permette di essere spiazzanti e, pur mantenendo sempre la nostra voce, riusciamo a dire qualcosa di nuovo anche musicalmente. Ogni contatto, ogni conoscenza rappresenta comunque un’opportunità per rinnovarsi e accrescere le nostre conoscenze e potenzialità. A volte le scelte e gli accostamenti possono essere ovvi, altre volte più singolari e, di conseguenza, più singolari sono i risultati.

Come avevate intenzione di avvicinarvi alle registrazioni delle canzoni per il nuovo album. La vostra idea era più sperimentale o più classica?
The Invisibile Way“ è uno dei casi in cui la situazione era più difficile. Volevamo fare un album dove gli strumenti fossero pochi e classici, ma non volevamo avere un suono banale. E quando ti affidi a basso chitarra e batteria (e pianoforte) non è facile. Insomma sono gli strumenti che vengono suonati da tutti, da sempre. Quando basi una canzone sulla chitarra acustica la vera sfida è continuare a suonare come te stesso e non sembrare l’ennesimo “rimasticatore” della tradizione. Non è semplicissimo trovare la propria voce senza ricorrere ad alcun artificio, neanche nella produzione.

Questo ci porta inevitabilmente a parlare della vostra collaborazione con Jeff Tweedy. Avete registrato “The Invisibile Way” con lui nei suoi studi di Chicago. Come sono andate le cose? Come mai avete pensato a lui?
Conosciamo Jeff e la sua band, i Wilco, da tantissimi anni. Sono stato più volte in tour con lui e ammiro molto quello che fa. Sapevamo che aveva un suo studio di registrazione a Chicago e che prima o poi ci sarebbe piaciuto fare qualcosa insieme a lui. Ma la scintilla è scattata quando abbiamo ascoltato l’album di Mavis Staples che Jeff aveva registrato e prodotto un paio di anni fa. Quell’album aveva un suono così puro, così pulito. Ne veniva fuori davvero l’anima della cantante e ci ha davvero colpito.
Inoltre anche Jeff è un musicista. Sa bene cosa vuol dire avere a che fare con un produttore e così non è il tipo che viene in studio e comincia a dirti cosa fare e cosa non fare delle tue canzoni. È una persona discreta e competente. Ti dà i suoi suggerimenti, ma senza farli cadere dall’alto. CI è stato d’aiuto proprio per far sì che trovassimo la nostra voce, pur suonando con strumenti classici e mantenendo il tutto il più minimale possibile. Ecco: una cosa che volevamo e che Jeff è riuscito a darci è stata quella di mantenere il nostro suono minimale e sobrio. Anche l’uso del piano che, forse, è una delle cose nuove di questo lavoro, è stato fatto in questo senso: niente assolo, niente ballate strappalacrime, ma un lavoro di arrangiamento discreto che ha reso il suono corposo lasciandolo essenziale.
Jeff, inoltre, è un cantante. Sa cosa vuol dire registrare delle voci e, naturalmente, le parti vocali sono fondamentali e lo sono sempre state per la musica dei Low. Jeff è riuscito a rendere le registrazioni delle nostre voci in maniera limpida e asciutta. In particolare la voce di Mimi è stata valorizzata in pieno dal suo lavoro.
Un’altra cosa che ho amato molto del modo di lavorare di Jeff è stato il suo approccio: ci ha fatti sentire a casa. Non era come lavorare con un professionista pagato per fare un lavoro. È la stessa sensazione che abbiamo provato quando abbiamo lavorato con Steve Albini. Più come dei musicisti che collaborano per tirare fuori il meglio l’uno dall’altro.

Quindi, dopo un paio di album (“The Great Destroyer” e “Drums And Guns”) nei quali aver cercato di “aggiungere qualcosa” al vostro stile, in “C’Mon” e “The Invisibile Way” la vostra “sperimentazione” è andata più verso la ricerca di un suono “classico” e minimale, ma personale. È stata una scelta precisa o è semplicemente accaduto?
Posso risponderti che le cose, tutte, semplicemente accadono. Ed è così soprattutto con le canzoni. Queste erano, evidentemente, destinate a essere lavorate in questa maniera. Non abbiamo mai compiuto una scelta aprioristica. Come ti dicevo, decidiamo spesso con chi lavorare e questo influisce molto sul nostro modo di registrare le canzoni, ma molto meno sul modo di scriverle.

Di solito, quando entrate in studio, quindi, le vostre canzoni sono già pronte? L’improvvisazione gioca un qualche ruolo?
Sì, direi di sì. Non ci siamo mai potuti permettere di passare molto tempo in uno studio di registrazione, in particolare all’inizio della nostra carriera. Così ormai abbiamo l’abitudine di scrivere le canzoni in maniera piuttosto dettagliata; se capita le suoniamo anche dal vivo e quindi hanno già una loro “personalità” piuttosto definita prima di entrare in studio. Poi, naturalmente, dipende anche dalle persone con cui lavoriamo. Probabilmente, comunque, per questo ultimo album avevamo già le idee piuttosto chiare e la scelta di lavorare con Jeff Tweedy ne è stata una conseguenza naturale.
Di solito, in conclusione, non improvvisiamo quasi nulla. Lavorare con i Low, dopo aver lavorato su altri progetti, come i Retribution Gospel Choir, è un po’ come tornare a casa: se altrove ci si lascia andare di più e si lascia molto spazio all’estro del momento, con i Low tutto, a cominciare dalla scrittura è più pacato, più riflessivo e accurato. Lavorare con altri progetti aiuta, tuttavia, anche i Low a crescere: si possono in qualche modo commettere errori che, così, si eviteranno di commettere con i Low e si esplorano nuove e interessanti strade che possono essere di stimolo e ispirazione per i Low stessi.

Anche i testi, dopo un lavoro come “Drums And Guns” nel quale prendevate posizioni molto chiare sulla politica e sulla guerra, sono diventati nuovamente più intimi e personali. In particolare se “C’mon” poteva considerarsi il vostro album più “privato”, sin dal titolo “The Invisibile Way” sembra il vostro lavoro più spirituale. Sbagliamo?
Davvero lo pensi? Beh, se devo essere sincero forse hai ragione, in un certo senso. La spiritualità è una cosa che pervade ogni singolo aspetto della nostra esistenza ma di solito in maniera molto privata, senza ostentazioni. Tutto ciò che scriviamo è inevitabilmente influenzato e intriso del nostro modo di rapportarci alla spiritualità. Ma, in ogni caso, non è stata una cosa troppo conscia.

Sarà che Mimi ha collaborato in maniera ancora più cospicua alla stesura dell’album e che la sua voce è qualcosa che richiama la spiritualità di per se stessa?
È probabile. Indubbiamente Mimi ha scritto di più per questo album e la sua sensibilità e il suo approccio ai vari argomenti trattati è sempre molto spirituale, in qualche modo. È anche vero che quando affrontiamo temi universali come la guerra (guerre mondiali, guerre interne, guerre personali) o le dipendenze, non riusciamo a non avvicinarci a tali tematiche tralasciando il nostro personale modo di vedere la vita. E in questo la spiritualità ha una grande importanza.

Mimi è la voce principale in cinque brani questa volta. Sono quelli che ha scritto lei? Oppure scegliete chi sarà la voce solista a seconda del “feeling” che volete dare al brano?
Per lo più funziona così. Chi scrive i testi (o la maggior parte di essi) poi canterà la canzone. Ma non è una regola fissa. Negli ultimi tempi Mimi ha scritto molto più del solito e le sue canzoni erano davvero valide, così questa volta canta in più brani. Il mio sogno (e, sono sicuro, anche il sogno di molti appassionati), almeno da un paio di album a questa parte, sarebbe un album intero tutto cantato da Mimi. Anche io sono un fan della sua voce. Quindi qualche volta la convinco a cantare come voce solista anche qualcuno dei brani che ho scritto io. In questo album, per esempio, lei canta “Holy Ghost“ che ho scritto io. Mi sembrava davvero un brano molto più adatto alla sua voce che alla mia.

È bello (e tuttavia anche alquanto sorprendente) che una coppia nella vita riesca a fare musica senza sosta e senza fatica apparente per venti anni di seguito. A parte voi vengono in mente gli Yo La Tengo (anche i Sonic Youth hanno alzato bandiera bianca alla fine). Come è possibile tutto ciò? Avete una ricetta? Sarebbe interessante saperlo anche al di là dell’interesse artistico…
Davvero non ne ho idea. Eppure è tutto piuttosto semplice. La nostra vita e il nostro lavoro sono indissolubilmente legati. Ogni giorno ci svegliamo e sappiamo che vogliamo portare avanti la nostra vita insieme e fare musica è uno degli aspetti di questa vita comune. Non so risponderti in realtà. Semplicemente andiamo avanti.

Parafrasando il titolo potremmo dire che seguite una via invisibile…. (si sente distintamente una voce femminile, che non stento a riconoscere come quella di Mimi, dire qualcosa ad Alan, ndr).
Scusami è mia moglie che mi ricorda che dobbiamo andarci a tagliare i capelli…
Ecco! Allora un’idea ce l’ho, ma tuttavia, probabilmente non è la risposta che stavi cercando. Hai presente la religione? Quando due persone sono sposate noi vediamo questo legame come eterno. Neanche a dire che ti sposi e poi muori e tutto finisce lì. Non è solo per tutta la vita. Lascia perdere la frase “finché morte non vi separi”. È per sempre, per l’eternità. E quando guardi al rapporto sotto questo profilo ti rendi conto che è qualcosa di più che semplicemente la vita. Qualcosa che va oltre gli aspetti quotidiani della vita. Cominci a pensare che l’amore sia veramente eterno. E lo è. L’amore è eterno. Se davvero riesci a vedere questa cosa, che, ammetto, è un approccio davvero spirituale, religioso, all’amore, ti rendi conto di essere uno, una sola cosa, con qualcun altro. E a quel punto è molto più semplice affrontare tutti gli ostacoli e i problemi che la vita ti pone. Se sei perfetto quando stai con la persona che ami, ti accorgi di essere imperfetto, quando non sei con lei. Così è per me. Se penso al matrimonio e alla famiglia penso che questo sia tutto e sia per sempre. Questo decisamente mi aiuta ad affrontare qualsiasi cosa. La musica è un aspetto di questo tutto.

Credo che, a prescindere dal suo rapporto con la vostra musica, su questa tua risposta valga davvero la pena di riflettere. Tornando, però, inevitabilmente alla musica e al vostro ultimo lavoro come è nato il suo titolo? Ha davvero a che vedere con la spiritualità?
È stata Mimi a sceglierlo. E, sinceramente, non le ho neanche chiesto il perché, a cosa fosse ispirato. È un bel titolo perché è immediato, ma non esplicito. Ha certamente a che fare in qualche modo con la spiritualità, come tutto ciò che facciamo. Ma non ha, tuttavia, un significato univoco. Ci sono molti modi di fare le cose e molte strade e la via invisibile è probabilmente una di queste.

Qual è, se ce n’è uno, il brano di “The Invisibile Way” a cui vi sentite più legati?
Forse per me, al momento, è “Plastic Cup“ un brano che ha tematiche più universali, se così possiamo dire. Ma per molto tempo il mio preferito è stato “Waiting“, che abbiamo suonato spesso dal vivo anche nel tour dell’anno scorso e che mi divertivo davvero a suonare ad alto volume. E poi “Holy Ghost“, che in molti sensi, è una canzone un po’ speciale per noi.

Per finire, per quanto possano contare le definizioni, quale ritenete la più adeguata alla vostra musica? Sappiamo che non amate troppo la parola slowcore…
Non saprei. Mi riferisco sempre alla nostra musica come minimal. Minimal rock magari. In fondo sono canzoni cantate due voci e suonate con la chitarra, il basso e la batteria. Una descrizione semplice ma piuttosto accurata direi. E una definizione con la quale potresti descrivere la nostra musica anche a una nonna. Ma qualsiasi cosa va bene. Sarebbe bello che la musica venisse ascoltata piuttosto che definita.

Sarete presto in Italia, anche se solo a Bologna. L’appuntamento allora è lì.
Sì verremo a Bologna a suonare e, sinceramente, non so dirti perché solo a Bologna. Nei prossimi giorni sarò a Milano, ma solo per fare una serie di interviste. Tu sei stato più “fortunato”: abbiamo avuto più calma per parlare ed è stato più piacevole e rilassante di quanto non lo sarebbe stato nel caos delle interviste organizzate in serie.

(versione integrale dell’intervista realizzata da Francesco Amoroso, pubblicata su Rockerilla n. 391, marzo 2013)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 8 aprile 2013 da in interviste con tag , , , , , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: