music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

tindersticks_the_waiting_roomTINDERSTICKS – The Waiting Room
(City Slang, 2016)

Da quando, nel 2008, Stuart Staples, David Boulter e Neil Fraser hanno ripreso, insieme a nuovi compagni, il percorso dei Tindersticks interrotto pochi anni prima, si può parlare di una vera e propria nuova vita della band che, negli anni ’90, si era distinta per la tenebrosa eleganza orchestrale della quale erano ammantate le sue canzoni.

“The Waiting Room” può quindi considerarsi il quarto episodio del secondo capitolo della band inglese, che segue di quattro anni il precedente album vero e proprio “The Something Rain”, intervallato dall’ambiziosa sonorizzazione di “Ypres”. Nonostante l’arco temporale trascorso dal predecessore, gli undici brani di “The Waiting Room” sono frutto di registrazioni quasi in presa diretta, il cui contenuto lascia trasparire la consumata intesa che lega i protagonisti del lavoro e soprattutto il loro immutato desiderio di percorrere strade diverse da quelle solcate in passato. Basti pensare allo strumentale d’apertura “Follow Me”, una rilettura del tema del film “Gli ammutinati del Bounty”, o al fatto che il primo brano realizzato per l’album sia stato “Help Yourself”, sgargiante di ottoni e cadenze soul dalle quali promanano calore e vivacità ben distanti dalle vellutate brume ai quali i Tindersticks avevano abituato i propri fan.

Analoga varietà di sfumature e di soluzioni stilistiche caratterizza un po’ tutto il lavoro, che in particolare nella prima parte svaria tra ricchi arrangiamenti di fiati dalle timbriche jazzy (“Second Chance Man”) e una sostanziale libertà di forme che combina lirismo e vibrazioni decise (“Were We Once Lovers?”). spartiacque del disco è – e non poteva essere altrimenti – quella “Hey Lucinda” registrata nel 2010 con Lhasa de Sela e solo ora tirata fuori dal cassetto in segno di omaggio alla compianta cantante di origine messicana. Da qui in avanti, i toni di “The Waiting Room” tornano a farsi più smorzati; è come se Staples e soci volessero dapprima lasciare una parentesi di riflessione dopo un brano così intenso e carico di significati, tanto che a “Hey Lucinda” segue prima uno strumentale costituito da poche note di tastiere e ritmiche ovattate (“Fear Of Emptiness”) e poi il soffuso spoken word “How He Entered”.

Con l’eccezione dei fiati che tornano a sostenere il duetto con Jehnny Beth dei Savages “We Are Dreamers”, l’ultima parte del lavoro materializza nuovamente le atmosfere di fumosa penombra che da sempre hanno caratterizzato la musica dei Tindersticks, che nel sottovoce confidenziale della title e nella sinuosa dissolvenza della conclusiva “Like Only Lovers Can” continuano a dispensare ballate soffuse e dotate di un’eleganza decadente, che col tempo non ha perso ispirazione, anzi ha acquistato complessità di sfumature.

http://www.tindersticks.co.uk/

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Questa voce è stata pubblicata il 22 gennaio 2016 da in recensioni 2016 con tag , , , , , , , .
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