music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

spheruleus_obsolariumSPHERULEUS – Obsolarium
(Whitelabrecs, 2016)

Potrà apparire contraddittoria, rispetto al mutevole corso dei sentimenti, la ricorrente ricerca di luoghi abbandonati quale traccia per lavori di sperimentazione ambientale. Eppure, tale scelta è ben esemplificata dall’ispirazione suscitata ad Harry Towell per il suo nuovo lavoro sotto l’alias Spheruleus da un complesso industriale in disuso dell’Inghilterra centro-settentrionale. Le ragioni sostanziali sono individuate nella fascinazione di Towell per le elevate strutture costruttive, mentre quelle più propriamente istintive risolvono appieno quello l’apparente ossimoro iniziale, ponendo la storia di edificazione, utilizzo e successiva dismissione post-industriale di un insediamento produttivo con su un piano parallelo rispetto ai processi di percezione, acquiescenza e graduale dissolvenza di un sentimento.

Per quanto possa sembrare strano rispetto alle sue premesse concettuali, “Obsolarium” è appunto un album sulle dinamiche emotive, che si concentra in particolar modo su quel momento finale che anche da un punto di vista lessicale le accomuna ai luoghi che l’hanno ispirato, ovvero l’abbandono. Parimenti desolate, ma al tempo stesso vive e palpitanti, sono di conseguenza le dieci brevi tracce che lo compongono, costituite da mutevoli associazioni di samples, loop armonici e miniature acustiche, istantanee di un’ambience sospesa come il tempo che si è fermato o come l’inevitabile decadimento delle vicende umane, tanto interiori quanto esteriori.

In particolare nella prima parte del lavoro esili screziature e minimali fremiti ritmici compaiono più di frequente a ricamare placidi drone, funzionali appena a definire l’atmosfera; nonostante anche in seguito non manchino modulazioni e irregolarità che costruiscono le sghembe dinamiche compositive di Towell, i brani relativamente più lunghi ne lasciano affiorare le doti sostanzialmente cameristiche. Queste ultime appaiono evidenti nei dialoghi tra prolungate vibrazioni d’archi (“Glancing Down The Barrell”) e note di un pianoforte volutamente scordato (“Kiln”, “From One Brick To Another”), suonato a tarda notte da Towell in un vecchio pub deserto.

In poco più di mezz’ora, “Obsolarium” prosegue con grande lucidità quella ricerca attraverso luoghi e memorie cristallizzati in dimensioni fisiche o temporali aliene già ad esempio praticata in “Peripheres”, facendola anzi accedere a una dimensione immaginifica, fortemente suggestiva.

http://spheruleus.com/

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