music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: LUCY ROLEFF

La musica di Lucy Roleff è una sintesi di distanze: fisiche, per la sua posizione geografica a Melbourne, nel sud dell’Australia, espressive, per i rimandi a un folk ridotto alla propria essenza di antico intimismo, e tematiche, visto il parziale affrancamento da una dimensione esclusivamente solitaria intercorso tra il suo album di debutto, “This Paradise” (2016), e il nuovo “Left Open In A Room“.

Esiste una connessione tra tradizione e ricerca del suono nella tua musica?
Sono molto attratta dal folk minimale, in particolare dal revival folk britannico degli anni ’60 e ’70, così come dal “bedroom” folk contemporaneo. Adoro la purezza e la vicinanza delle voci e degli strumenti, mantenere la musica abbastanza immediata e umana. Sono fortunata ad aver lavorato con due produttori (Tony Dupé nel mio disco precedente e Pascal Babare su questo) che, entrambi, hanno davvero capito l’importanza di trasmettere un’atmosfera intima, lasciando comunque spazio agli arrangiamenti. Provenendo da un background classico, quello che faccio è influenzato dalla tradizione e da un gusto artigianale, quindi mi piace mantenere la musica ancorata a queste radici, pur rimanendo aperta alle novità. Sono un po’ ossessionata dal periodo barocco della musica classica, quindi ha senso che non possa fare a meno di aggiungere abbellimenti qua e là! Mi piace soprattutto organizzare strumenti a fiato e voce. La contemporaneità trova spazio attraverso i miei testi e in strumenti come la chitarra elettrica con effetti delicati.

Che tipo di musica ascoltavi da ragazzina?
Oh, di tutto! Non mi è stato permesso ascoltare la radio commerciale per lunga parte della mia infanzia. Mio padre è un tenore classico, quindi abbiamo ascoltato molta musica classica, molta radio AM e alcuni interessanti artisti “esotici” come Yma Sumac e Ivan Rebroff. Tutto ciò che sapevo della musica pop arrivava dalla piccola raccolta di CD di mia mamma, che comprendeva artisti come Billy Joel, Neil Diamond e Supertramp. Aveva anche un Greatest Hits in vinile sulla quale suonavo e coreografavo piccole danze. Andavamo anche in chiesa ogni settimana, quindi ho ascoltato molta musica sacra. A un certo punto, alle elementari, mi sono resa conto di essere un po’ indietro, quando i bambini parlavano di musica che avevano ascoltato sulla radio FM, e così ho chiesto a mia madre di lasciarmela ascoltare in macchina. Era così irritante! Ma naturalmente da bambina l’ho adorata e mi sono innamorata di gruppi come Spice Girls e Aqua.

Quando ti sei resa conto che saresti diventata una cantautrice?
Scrivevo piccole canzoni sin dalla tenera età, 7 o 8 anni. Anche mia cugina Alice scriveva canzoni, così quando ci vedevamo ci esibivamo l’una con l’altra, solo per divertimento. Sono stata anche in un coro per ragazze dai 5 anni, e ho imparato diversi strumenti, quindi ho cantato e suonato da sempre e non ero molto timida all’epoca. Esibirmi era normale allora perché dovevo farlo sempre. Solo nell’adolescenza però ho scoperto la musica che mi avrebbe davvero ispirato a scrivere. Ricordo che quest’estate, a 16 anni, mi imbattei in un paio di CD di artisti folk, e li ascoltai sul lettore CD nella macchina di mia madre. Allora ho sentito che la mia mente si stava aprendo – i testi erano così avvincenti per modo in cui parlavano di cose ordinarie. Penso che sia stato allora che ho smesso di prendere lezioni private di voce e strumenti, ho imparato da sola a suonare la chitarra classica e ho iniziato a scrivere canzoni in uno stile simile a quello odierno.

C’è una particolare ispirazione dietro il tuo modo di cantare?
Amo questa domanda. Sono sempre molto curiosa di sapere come le persone sviluppano il loro modo di cantare e ne ho parlato alcune volte con altri cantanti. Penso che essere educata al canto corale e classico durante la mia infanzia e adolescenza sia stato molto formativo – informa il mio controllo, il mio respiro e forse anche il suono in modo totalmente inconscio. Ma ricordo che da adolescente ho adottato uno stile di canto pop molto più arioso e accento americano perché ho sentito tante cose americane alla radio. Quando mia sorella mi chiese perché usavo l’accento americano, l’ho abbandonato subito. Penso che ascoltare anche cantanti come Joni Mitchell e Tori Amos che abbracciavano aspetti più “classici” del canto, mi abbia dato il coraggio di far uscire quella parte della mia voce. La mia voce è naturalmente piuttosto bassa, quindi l’allenamento classico forse mi dà anche la sicurezza di andare per la gamma più alta, che non è così naturale per me. Ora vengo paragonata a voci come Nick Drake e Bridget St John ed è un grande complimento perché le loro voci mi sembrano molto naturali e anche sincere. Sono certamente molto esigente riguardo alle voci e trovo difficile ascoltare i cantanti contemporanei che stanno chiaramente copiando la voce di un altro artista. Hai bisogno di sentirci qualcosa della personalità dell’artista per crederci, direi.

Il tuo debutto “This Paradise” è stato registrato con Tony Dupé (che ha anche lavorato con artisti come Holly Throsby e Grand Salvo). Sei in contatto con altri artisti a Melbourne? Ti senti parte di una scena musicale?
Sì assolutamente, ma la scena di cui mi sento di fare parte è molto eterogenea nel suono. Siamo tutti piuttosto underground, il che mi piace molto perché si possono correre più rischi e cambiare a nostro piacimento. Ma non è che tutti suonino folk, ma credo che tutti apprezzino la musica degli altri proprio per questo motivo. Sono molto felice di fare parte di un piccolo collettivo/etichetta chiamata Little Lake Records, perché la mia musica sembra adeguata, ma c’è anche molto altro. Immagino che ci siano un sacco di cantautori in giro, ma non saprei davvero quale sia lo stile musicale più importante di Melbourne al momento – probabilmente vivo un po’ in una bolla!

Quali sono le principali differenze tra i tuoi due album?
L’approccio generale a ciascun è stato abbastanza simile. ho scritto gli scheletri di ogni canzone per chitarra o arpa, e voce, quindi ha lavorato agli arrangiamenti di legni e armonie vocali. Poi è iniziato il processo di registrazione, e poi Tony o Pascal hanno aggiunto le loro idee e arrangiamenti. Sono davvero fortunata ad aver lavorato con persone di cui mi fido così tanto – sono stata molto aperta a qualsiasi suggerimento, e avevamo il tipo di relazione in cui potevo accettarli o rifiutarli – cosa che raramente facevo comunque. Quindi in questo modo gli album sono diventati più una conversazione che solo “io, io, io”, atteggiamento che diventa molto noioso molto velocemente! I dischi sono naturalmente diversi in quanto è diverso il momento della mia vita, sono diversi i collaboratori, diversi gli studi. Dal punto di vista dei testi questo nuovo disco è un mondo abbastanza nuovo per me, in quanto è praticamente tutto autobiografico, parla della mia vita e delle mie relazioni presenti e passate, mentre l’album precedente, anche se intimo in maniera simile, era molto più metaforico e immaginato. Anche se non mi sto mettendo a nudo completamente, è uno strano cambiamento cantare di ciò che è accaduto o sta accadendo.

Hai pubblicato “Left Open in a Room” in Europa su Oscarson, un’etichetta fortemente incentrata sul mantenere vivo il lato fisico della musica: pensi che sia ancora importante (e utile) per un artista indipendente?
Sì! Sono così felice di essere su Oscarson – Matthias che gestisce l’etichetta è così appassionato di vinile e qualità. Anche se non sono certo un’esperta di vinile, questo atteggiamento si collega molto bene a ciò che provo per la musica e alle mie radici tradizionali. Mi piace creare cose che durino, e penso che il lato fisico della musica sia ancora importante. È vero che si può accedere a tutto online ma, almeno per chi segue il mio genere di musica, c’è ancora interesse verso prodotti fisici come il vinile. Avere sia una presenza su Internet che una presenza fisica, è un modo per essere più accessibile a tutti.

La prima canzone del nuovo disco che hai reso disponibile è stata “A Woman’s Worth”. Di cosa parla?
Questa canzone è stata scritta come la maggior parte delle mie canzoni: aggiungendo lentamente fino a che il significato non si schiude. Non mi siedo e penso “oggi scriverò di questo argomento”: prima arriva la parte strumentale e poi i testi o la storia le si formano attorno. Così mentre ci stavo lavorando, mi sono trovata a pensare a mia nonna materna che era maltese, e alla mia nonna paterna che era tedesca, e come entrambe avevano avuto molti momenti difficili, sposate con uomini difficili o malati di mente. Non è una storia insolita per quella generazione, ma ho immaginato di essere una donna del genere, in qualsiasi momento della storia, che deve aspettare nell’ombra, che osserva ma si sente diffidente o disprezzata per la maggior parte del tempo. Sembra un tema triste per una canzone, ma musicalmente il brano è abbastanza esultante con una breve pausa strumentale, durante la quale immagino le mie nonne, che sono entrambe scomparse, che ascendono allegramente al di sopra di tutta questa spazzatura che hanno sopportato, prima che il verso finale arrivi, senza mezzi termini – “Eccolo, niente camino splendente. Eccolo lì, nelle stelle.” Voglio intendere che il loro valore non era affatto determinato da questi uomini o dai loro ruoli nella società – è innato e non può mai essere toccato.

Cosa pensi del ritorno, in questi anni, alla semplicità e al linguaggio folk?
Penso che sia una cosa davvero bella, e ha molto senso che gli artisti si stiano dirigendo in quella direzione perché penso che molti di noi sono stufi di alcuni aspetti della nostra cultura che cambia così velocemente – tastemaker, musica commerciale, moda veloce. Può essere divertente, ma sento che molti musicisti bramano una certa sostanza e una connessione con un periodo che esisteva molto prima di Internet, ora siamo iperconnessi. Penso che questi stili musicali siano attraenti perché esistevano da prima che la musica e il capitalismo diventassero così intrecciati – si trattava di raccontare storie, tramandare lezioni e connessioni umane. Ho parecchi amici che sono musicisti attivi, ma hanno una presenza molto limitata sui social media, e rispetto davvero questa decisione. Sento che molti stanno cercando di creare un percorso che sia onesto e autentico e che sia più quello di forgiare il lavoro di una vita in maniera significativa, che fare un sacco di soldi o raggiungere la fama. Comunque è così per me!

Molti artisti e cantautori di talento (soprattutto donne) sono di recente emersi dal continente australe: ritieni che il luogo dove vivi abbia in qualche modo influito sulla tua espressione artistica?
È vero! È difficile a dirsi, perché in generale siamo tutti connessi e pertanto le influenze possono arrivare anche da lontano, ma penso che una certa relazione con la terra d’origine caratterizzi la musica di molti amici e contemporanei. Mi vengono in mente subito artisti australiani quali Mallee Songs, The Orbweavers, Pascal Babare, e quelli che pubblicano per l’etichetta Little Lake come Seagull, Nick Huggins, McKisko e Yffer, che nei loro testi o nei suoni presentano riferimenti alla vita urbana, ma anche a elementi fisico-naturali dell’Australia, come le foreste, i fiumi, gli animali. Per quanto abbia potuto notare, nella musica di questi artisti si ritrova un senso di connessione ricorrente, sentito o anche solo desiderato.

Che tipo di musica ascolti e hai apprezzato nel corso degli anni?
Nel tempo, ho apprezzato stili musicali diversi, anche se mi sembra sempre di tornare ad ascoltare musica che offre sensazioni di intimità e schiettezza, in prevalenza sotterranea, oppure di artisti che hanno pubblicato un solo disco decine di anni fa e poi per qualche motivo sono spariti: vari tipi di folk da tutto il mondo, molta musica classica, in particolare del periodo barocco, dark wave, post-punk…. Credo di aver attraversato l’intero spettro della musica con la quale sono entrata in contatto da quando ero piccola, da quella commerciale a un periodo metal da teenager, che è durato qualche anno. Di recente mi è capitato di rispolverare alcune delle band che ascoltavo all’epoca e ho pienamente compreso perché i ragazzini che hanno avuto una formazione classica vi si ribellano attraverso il metal, visto che entrambi i generi, pur così distanti, condividono qualità come l’energia, la tecnica (a volte) e la teatralità. Me ne piace ancora molto, haha!

Come ti senti a suonare la tua musica dal vivo?
Ho sensazioni contrastanti a riguardo. Non si tratta della parte del fare musica che preferisco, infatti non mi capita molto spesso, ma quando mi sento a mio agio nel farlo per me è un’esperienza unica. Mi ritengo fortunata nel poter comunicare con le persone in questo modo, ma al tempo stesso non voglio sentirmi al centro dell’attenzione troppo a lungo: dopo una mezz’ora sarei già pronta a tornare a scivolare nell’ombra (ride, n.d.r.).

Con tutta la musica attualmente in circolazione, per te ha ancora un senso scrivere canzoni?
Anche a me capita spesso di farmi la stessa domanda, come se noi tutti stessi soltanto alimentando il tanot rumore di fondo del nostro tempo. Tutto oggi muta in maniera estremamente rapida e dopo una popolarità di un anno si può finire subito nel dimenticatoio. Sono strane dinamiche, alle quali non mi sento comunque particolarmente interessata. Sono felice se le persone ascoltano la mia musica e mi rende estremamente felice sapere che una mia canzone possa avere un significato per qualcuno. Mi piace vivere in maniera semplice, fare ciò che mi sembra naturale, dunque per quanto mi riguarda ha senso fare musica in maniera personale e spontanea, senza alcun irrealistico obiettivo economico.

La musica non è la tua unica forma di espressione, visto che sei molto attiva anche nel campo delle arti visuali: trovi che ci sia un filo conduttore tra i lavori che realizzi nei diversi campi?
Ritengo che gli stessi interessi che esploro attraverso la musica si traducono nei miei quadri: un senso di tecnica artigianale, semplicità, tradizione e intimità. Non amo le cose troppo cerebrali, per cui non sono attratta da arti e musica che necessitano di grandi spiegazioni per essere comprese. Pittura e musica sono soltanto diverse modalità della mia percezione del mondo; i quadri ne rappresentano la parte tattile, mentre alcune immagini o sentimenti richiedono descrizioni più adeguate attraverso la musica e la poesia.

(versione integrale dell’intervista pubblicata su Rockerilla n. 466, giugno 2019 – in collaborazione con Francesco Amoroso)

https://lucyroleff.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 14 luglio 2019 da in interviste con tag , , , , , .
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