music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

DOUGLAS DARE – Milkteeth
(Erased Tapes, 2020)*

Mai come nel caso di Douglas Dare è vero che le apparenze ingannano. Lo si era capito dai tempi del debutto sulla lunga distanza (“Whelm”, 2014), anzi ancor prima dall’Ep “Seven Hours” (2013), che non si trattava dell’ennesimo compositore dedito al minimalismo pianistico. Mentre il secondo disco “Aforger” (2016) ne aveva confermato la sensibilità nella fusione tra scrittura cantautorale e classicità sporcata di elettronica, il nuovo “Milkteeth” lo consacra ad artista moderno a tutto tondo, capace di smentire cliché anche esteriori. Appunto, l’ostentato glamour della copertina e delle foto di presentazione dell’artista inglese non introducono un lavoro frutto di sovrastrutture estetizzanti, ma anzi una raccolta di canzoni (ben otto) e passaggi strumentali (tre) estremamente dirette, per quanto curate nella loro essenzialità.

Benché sia ancora il pianoforte – nell’occasione accanto all’autoharp – a occupare il fulcro creativo di Dare, “Milkteeth” si presenta, fin dalla dichiarazione d’intenti iniziale, “I Am Free” come credibile affrancamento da steccati stilistici, sviluppato attraverso la fragilità di una poetica letteralmente messa a nudo in canzoni di disarmante immediatezza melodica, realizzata su semplici accordi sostenuti da non invasivi strati sintetici, orchestrati con grande misura da Mike Lindsay dei Tunng, che ha prodotto il lavoro.

Proprio il tocco di Lindsay, lieve ma riconoscibile, sembra aver fatto compiutamente sbocciare il talento di Douglas Dare, le cui personalissime riflessioni sulla propria identità e i ricordi d’infanzia acquisiscono un respiro universale, veicolato da interpretazioni dense di pathos ma mai sopra le righe. Anzi, “Milkteeth” è un lavoro dalla bellezza discreta, che non ricerca colpi ad effetto ma riesce a colpire dolcemente, come smorzando il pathos di Antony nel minimale contesto di una modernità cameristica di un Patrick Watson in sedicesimi, che a più riprese (“Heavenly Bodies”, “Where Ever You Are”, ma anche la cangiante ballata “The Playground”) rivela una pregevole impronta folk.

Lieve e persino gioioso nella sua spontanea vulnerabilità, “Milkteeth” è un lavoro traboccante di sentimenti contrastanti, della riscoperta di ricordi attraverso una consapevolezza creativa che lo rendono il condensato di sensibilità umana e artista decisamente rara, ben oltre convenzioni e apparenze.

*disco della settimana dal 24 febbraio al 1° marzo 2020

http://douglasdare.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 24 febbraio 2020 da in recensioni 2020 con tag , , , , , , , , .
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