music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

This is… TUNNG!

Quasi a sorpresa, la scorsa primavera, i Tunng hanno non solo rilasciato un nuovo brano, la trascinante “Flatland”, ma anche annunciato un tour e un nuovo album, ad interrompe uno iato che durava da cinque anni, ma soprattutto la ricostituzione della line up originaria, per la prima volta dall’ottimo “Good Arrows” (2007). Attraverso i racconti di Sam Genders ripercorriamo la parabola della band “folktronica” inglese per eccellenza.

Mentre, nella prima dello scorso decennio, negli States tornavano in auge cantori folk radicati nella tradizione americana, sull’altra sponda dell’Atlantico la rivitalizzazione di linguaggi classici passava anche attraverso l’ibridazione con suoni, strumentazioni e tecniche dalle premesse molto distanti. In quel periodo nel quale non esisteva quasi folk senza folktronica, si incontrano Mike Lindsay e Sam Genders, due artisti i cui profili incarnano appieno la commistione tra elementi acustici ed elettronici suggerita dalla neoconiata definizione: Lindsay si dilettava in sperimentazioni elettroniche, a margine dell’attività in un sotterraneo studio di registrazione per spot radiofonici, mentre Genders era un classico cantautore folk, che si esibiva in piccoli pub londinesi. “È stato un incontro fortunato – ricorda – visto che ognuno dei due era alla ricerca di qualcosa che completasse le rispettive inclinazioni, per me produzione e varietà negli arrangiamenti, per Mike un cantante per un nuovo progetto. All’epoca Mike era immerso nell’elettronica, ma apprezzava anche chitarristi folk come Davy Graham e Bert Jansch, ma essendo anche un ottimo songwriter, tra noi due, Mike era la forza trainante e l’inventore del suono che ha caratterizzato i Tunng sin dalle prime tracce, sempre in bilico tra songwriting e sperimentazione”.

L’interessato contesto che circondava la folktronica permise una positiva accoglienza critica ai primi singoli della band e, soprattutto, ai due album pubblicati nel volgere di poco più di un anno, “Mother’s Daughter And Other Songs” (2005) e “Comments Of The Inner Chorus” (2006). “Il nostro album di debutto ha avuto una tempistica perfetta; si è trattato di una felice coincidenza, perché non ci rendevamo davvero conto del parallelo sviluppo di quella che veniva identificata come una “scena”, ma ci ha aiutato a entrare in contatto con tante persone e contesti diversi, tanto che venivamo invitati a suonare indifferentemente in locali folk tradizionali, spettacoli pop e festival elettronici”.

Tra i due album vi sono evidenti affinità: “Entrambi i dischi sono scaturiti dal medesimo periodo, tanto che non vi è praticamente stata soluzione di continuità tra le session del primo e quelle per il secondo; provengono senz’altro dallo stesso mondo immaginario e dalle stesse esperienze personali che stavamo vivendo, che nel mio caso erano piuttosto complicate“.

Ma mentre il debutto si fa notare soprattutto per la varietà di sperimentazioni sonore, il successivo sviluppa in maniera più articolata l’interazione tra elementi elettro-acustici e la stessa qualità di scrittura di canzoni che adesso possono contare sulle esecuzioni di una vera e propria band, nel frattempo allargatasi a sestetto: “Mike inizialmente mise insieme la band per aiutarci a suonare una sessione radio. Prima di allora avevamo fatto un paio di spettacoli abbastanza rudimentali nei bar di Shoreditch con due chitarre, un portatile e un giradischi rotto. Fu difficile per me avere più persone coinvolte, perché non mi sentivo sicuro quando ero in compagnia di molte persone. Al giorno d’oggi probabilmente avrei un’idea più chiara dei miei punti di forza e di debolezza e mi sentirei a mio agio a dire la mia. Penso che allora fossi davvero profondamente in difficoltà senza sapere come esprimerlo agli altri”.

La penna sensibile di Genders riversa tali difficoltà nelle canzoni che, nonostante le giocose manipolazioni di Lindsay, appaiono tutt’altro che solari, anche sulla scia di un’esplicita “ispirazione per il lato più oscuro di vecchie storie e miti folk, esplorato alla ricerca non solo delle tenebre ma anche della magia che quelle storie potevano evocare”.

Quell’indole subisce una decisa inversione di segno con “Good Arrows” (2007), palesata fin dalle coloratissime tessere della copertina: senza snaturare la propria vorticosa capacità di combinazione tra elementi eterogenei, i Tunng pongono come non mai l’accento sulle melodie, spesso lievi e solari, mentre l’elettronica rimane soltanto uno tra i tanti stravaganti divertissement innestati su un folk incantato e fuori dal tempo: “È uno dei miei album preferiti dei Tunng” conferma Genders “e mi piaceva davvero la sensazione che ci stessimo evolvendo come songwriter e che ciò ci permettesse una maggiore sensibilità melodica. A quel tempo eravamo una band con Ash, Becky, Phil e Martin coinvolti e l’album suona davvero come un lavoro collettivo. Quando lo ascolti puoi quasi immaginarci mentre viviamo in una grande vecchia casa insieme e dormiamo tutti in un letto gigante sotto una trapunta patchwork“.

Eppure, nonostante il buon successo, subito dopo “Good Arrows”, Genders, non reggendo più la pressione, si è allontanato dalla band: “Per me è stato comunque un momento molto interessante” racconta “Ho lavorato come assistente pedagogico in una scuola elementare, mi sono trasferito da Londra a Sheffield, mi sono sposato e ho fatto alcuni album con Diagrams e Throws, oltre a scrivere canzoni per altri artisti”.

I Tunng hanno comunque proseguito la loro attività artistica con al timone il solo Lindsay, entrando in una fase senz’altro più matura e minimale che in passato, ma anche frutto di un approccio meno imprevedibile e divertito, come testimoniano “…And Then We Saw Land” (2010) e poi soprattutto “Turbines” (2013). “Ho sentito sicuramente una punta di invidia quando ho ascoltato quei due album… per me sono grandi album e mi hanno toccato il cuore. Avevo lasciato i Tunng non perché non apprezzassi l’esperienza creativa o le personalità nella band. Penso che ci fosse un po’ di egocentrismo da parte mia, ma anche molta paura – principalmente di cose completamente amorfe, legate alla band o ad altro. Avevo il desiderio di un po’ più di riconoscimento come songwriter e la sensazione di dover assumere la leadership in qualcosa. Mi sentivo anche come se avessi bisogno di sviluppare la fiducia in me stesso e in un certo senso mi sentivo un po’ troppo protetto dai talenti e dalla fiducia delle persone intorno a me. Non sono sicuro che lasciare la band sia stato il modo più saggio di agire, ma avevo la forte sensazione che fosse quello che dovevo fare”.

La separazione tra i Tunng e Genders è stata amichevole. Prova ne sono il lavoro con Mike Lindsay nei Throws ma, soprattutto, il rientro nella band, a oltre dieci anni da “Good Arrows”: “Quando comunicai alla band che me ne stavo andando dissi anche che mi sarebbe piaciuto lavorare ancora con tutti loro. Tornare a lavorare come Tunng è stato il passo successivo al grande divertimento che abbiamo avuto con il progetto Throws“. Il nuovo album è stato così concepito in maniera molto spontanea e naturale: “Mike e io ci siamo visti nel suo studio e abbiamo iniziato a lavorare su un secondo album dei Throws, ma quando abbiamo avuto due o tre canzoni in lavorazione ci siamo resi conto che suonavano più Tunng che Throws. Quando gli altri membri della line up originaria hanno accettato di essere coinvolti, è diventato un progetto Tunng. “Songs You Make At Night” sarebbe un album molto diverso se io e Mike ci avessimo lavorato senza gli altri e penso che sia un album migliore per questo. Un grande esempio sono le parti di chitarra di Ashley. I suoi bellissimi arrangiamenti hanno completamente cambiato il tono del disco e potrei trovare esempi simili per tutti gli altri membri. Quando hai una squadra di persone non ottieni solo le abilità individuali di ciascun membro. Hai anche una chimica unica che scatta solo con quel particolare gruppo. C’è molto amore e rispetto nei Tunng e penso che il nuovo album lo rispecchi. Mi sento molto fortunato ad essere riaccolto nella band”.

Sono trascorsi quasi tre lustri dagli esordi della band e molte cose sono cambiate nella vita dei suoi artefici e nel business musicale (“Mi piace la facilità di streaming e il modo in cui puoi condividere playlist e trovare nuova musica così facilmente, ma sono preoccupato per quello che potrebbe significare per i mezzi di sussistenza degli artisti e so di prima mano che può essere davvero difficile guadagnarsi da vivere come musicista in questi giorni. Ho fatto un sacco di altri lavori per pagare le bollette mentre facevo musica”), ma la passione per la musica e il ritrovato affiatamento con la band sono le ragioni per le quali Sam Genders (e Mike Lindsay) non intendono mollare la presa: “Penso di amare troppo la musica per abbandonarla. Nel corso degli anni ho imparato che la collaborazione è il modo migliore per fare musica buona e avere incredibili esperienze nella tua vita ma devi stare attento a non permettere al tuo ego di sabotare tutto questo. È decisamente più difficile essere notato adesso e questo mi fa capire quanto sono stato fortunato per le esperienze che ho avuto e ad aver incontrato le persone con cui sto lavorando”.
Ascoltando “Songs You Make At Night” non si può non esserne felici.

(in collaborazione con Francesco Amoroso; pubblicato su Rockerilla n. 455-456, luglio-agosto 2018)

http://www.tunng.co.uk/

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