music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

mark_fry_south_wind_clear_skyMARK FRY – South Wind, Clear Sky
(Second Language, 2014)*

Non desta ormai più particolare sorpresa assistere a ritorni di band e artisti dopo lunghi silenzi discografici: quello di Mark Fry – dapprima con una raccolta di canzoni scritte nei trentacinque anni trascorsi dal suo album-culto del 1972 “Dreaming With Alice” (“Shooting The Moon”, 2008) e poi con l’organica collaborazione The A. Lords nello splendido “I Lived In Trees” (2011) – ha tuttavia presentato caratteri del tutto particolari, un po’ per l’involontaria “epica” conseguita nel corso degli anni dal suo allora unico disco, un po’ per l’eterogeno profilo artistico di Fry, altresì apprezzato pittore, e per le sue esperienze di vita, che lo hanno portato dall’Africa a New York, senza con ciò mai interrompere il suo legame speciale con l’Italia.

Quello di Mark Fry è dunque tutto fuorché un ritorno occasionale: è tornato per restare, per aprire un nuovo capitolo della sua biografia di artista a tutto tondo, che dalle contemplazioni vagamente acide di “I Lived In Trees”, elaborate a distanza nel corso di oltre due anni con Michael Tanner e soci, ritorna in “South Wind, Clear Sky” a una forma cantautorale classica, più affine nelle modalità di realizzazione a quella di quegli anni ’70 che Fry ha vissuto in prima persona, seppure per un brevissimo arco temporale. Le otto canzoni di “South Wind, Clear Sky” sono infatti state scritte e registrate in un breve periodo nello studio casalingo dell’artista inglese e poi inviate al produttore Guy Fixsen per essere rifinite di misurati arrangiamenti di archi, fiati e pianoforte.

Nella concisione della sua mezz’ora, il disco condensa la personalità di Fry, saldandosi ai suoi trascorsi personali e riportandoli al tempo presente della sua ormai stabile collocazione nel cenacolo artistico gravitante intorno all’etichetta Second Language (al cui progetto collettivo Silver Servants ha tra l’altro di recente preso parte). Tra le righe dei brani si colgono così le pennellate visionarie di “Aeroplanes”, i vividi colori africani di “River King”, gli immaginari paesaggi arcadici di “Leave Me Where I Am” e la matura eleganza di “Along The Way”, con Angéle David-Guillou al pianoforte e in qualità di seconda voce.

Le semplici canzoni acustiche, appena rifinite da arrangiamenti estremamente misurati, non necessitano di orpelli produttivi e nemmeno dell’alone acido di “I Lived In Trees”, per creare atmosfere incantate, sospese in un altrove spazio-temporale circoscritto soltanto dalle sommesse narrazioni in penombra di Fry (“Little Flashing Light”, “Falls Like A Stone”), che tuttavia non rinuncia a esercitare un fascino da consumato chansonnier in un pezzo brillante e romantico qual è “Dials For Home”.

Oltre a tutto ciò, in “South Wind, Clear Sky” si coglie, soprattutto, l’occhio sensibile dell’artista e la sua disarmante capacità di imprimere, nelle note come sulla tela, colori vivaci con pochi tratti delicati. Ne risulta un affresco incantato e di gran classe, nel quale spezie psych e sentori bucolici ammantano canzoni distillate da una singolare storia umana e artistica, che prosegue con pieno slancio scrivendo nuovi capitoli al tempo presente.

*disco della settimana dal 29 settembre al 5 ottobre 2014

http://www.markfry.co.uk/

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Questa voce è stata pubblicata il 29 settembre 2014 da in recensioni 2014 con tag , , , , , , , .
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