music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

storie d’artista: TINDERSTICKS

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Un’eleganza tenebrosa, fuori da ogni moda

All’inizio degli anni Novanta, mentre le radio alternative erano dominate dalle sporche chitarre del grunge e dalle tentazioni tra il machismo e l’estetizzante del brit-pop, poteva sembrare del tutto fuori contesto una band che iniziava il proprio percorso all’insegna di uno spleen romantico sostenuto da un elegante approccio cameristico. Vi era, in effetti, qualcosa di autenticamente sovversivo nella proposta dei Tindersticks, una consapevolezza e una carica espressiva che non potevano non impressionare, fin dai primi ascolti di “Patchwork”, “City Sickness” o “Whiskey & Water”, i primi brani a emergere tra i ben ventuno che nel 1993 avrebbero costituito l’omonimo debutto della band inglese guidata dalla voce baritonale di Stuart Staples.

Già dalla copertina era chiaro come i Tindersticks si ponessero in una dimensione radicalmente diversa rispetto a quella dei contemporanei: lo splendido dipinto di una ballerina in abito rosso fiammeggiante e una rosa tra i capelli con, sullo sfondo, un gruppo di tzigani vestiti di bianco. Tra chitarre dissonanti, una voce stentorea ma scontrosa, l’affastellarsi di strumenti, false partenze e melodie spesso solo accennate, si nascondeva una grazia sconfinata. Il suono della band di Nottingham era, già in quel primo lavoro, completamente maturo, caratterizzato dal suggestivo cantato di Staples, intriso e spesso sommerso da una combinazione di malinconia alcolica alla Bad Seeds, pop barocco, tocchi di quello che anni dopo si sarebbe definito chamber-folk e chitarre elettriche a tratti quasi post-punk. Melodie mai scontate, testi pesanti (e pesati), spesso una tromba carica di rimpianto: dalla cullante “Blood” alle intensissime “Jism”, “Raindrops”, “Her”, fino alla chiusura fuori dal mondo e da ogni moda di “The Not Knowing”. Un debutto meraviglioso e inconsueto.

Sulla stessa scia di lirismo e obliqua orchestralità del debutto si vanno a collocare i due lavori che l’hanno seguito con cadenza biennale, entrambi quasi altrettanto lunghi e articolati (rispettivamente sedici e quindici tracce), “Tindersticks II” (1995) e “Curtains” (1997), nei quali si sviluppano gli aspetti più genuinamente cantautorali della band. Nella considerazione generale, entrambi gli album risentono dell’inevitabile affievolimento dell’effetto-sorpresa dell’esordio, ma non per questo devono reputarsi ad esso inferiori; anzi, proprio “Tindersticks II” contiene alcune della canzoni più compiute e coinvolgenti della band (“A Night In”, “Mistakes”, “Talk To Me”, “She’s Gone”…), le cui interpretazioni elevano Staples al rango di credibile crooner alla Leonard Cohen, mentre “Curtains” ne raffina la piana sensibilità pop, evidenziandone al contempo l’indole cinematica (il lungo spoken word “Ballad Of Tindersticks”). Il periodo vede anche la pubblicazione, poco dopo “Tindersticks II”, del live “The Bloomsbury Theatre 12.3.95”, molto più di un semplice disco dal vivo, piuttosto una sintesi di alcuni dei brani più toccanti dei primi due album, eseguiti con un’orchestra di oltre venti elementi, una cornice in grado di esaltare la naturale eleganza degli originali.

Un lungo crepuscolo per un breve addio
Con un titolo come “Simple Pleasure” e canzoni come l’introduttiva “Can We Start Again?”, il quarto lavoro della band, del 1997, sembra essere più solare e ottimistico rispetto ai suoi (illustri) predecessori. In realtà per i Tindersticks ricominciare significa commettere ancora gli stessi errori e così se le canzoni di “Simple Pleasure” restano romanticamente disperate, al contempo la maggior parte del disco risulta adagiata su familiari stilemi musicali, pur senza la freschezza e ispirazione che sosteneva le prove precedenti. Tuttavia brani come “Before You Close Your Eyes”, “I Know That Loving” e la finale “CF GF” mostrano come le coordinate della band si stiano rapidamente spostando dal pop noir degli esordi verso il soul e il gospel, influenze che saranno ancor più evidenti nei lavori successivi.

“Can Our Love…” arriva quattro anni dopo, segnando un passaggio ormai decisivo dal pop cameristico e obliquo degli esordi a un soul dalle tinte oscure. Ritmi crepuscolari, voce sempre più cupa e brani lunghi e un po’ ripetitivi caratterizzano tutto il lavoro che qualcuno definisce addirittura “un album di Sam Cooke suonato alla velocità sbagliata”.
“Waiting For The Moon” (2003) è, con tutta probabilità, il momento più basso della parabola artistica dei Tindersticks. La riproposizione di costrutti già abusati è ancora più evidente e la band suona il suo soul ibrido (e un po’ sbiadito) in maniera quasi ingessata, senza vero trasporto.
Addirittura la voce di Staples sembra tentare la carta della normalizzazione. Mancano idee nuove e le atmosfere in bilico tra nostalgia e disperazione paiono a volte posticce, diluite in un soul di maniera, ben fatto ma privo di emotività.
È proprio questo il momento in cui i Tindersticks decidono di prendersi una pausa, dopo dieci anni di intensa attività in studio e dal vivo.

Riconciliazione e rinascita
Staples ben presto riempie il vuoto determinato dall’interruzione dell’attività della band, intraprendendo una carriera solista dal gusto spiccatamente cantautorale, per quanto parimenti coerente con le atmosfere fumose e decadenti dei suoi trascorsi. Ma il secondo dei suoi due dischi solisti, “Leaving Songs” (2006), costituisce l’occasione per il riavvicinamento con tre degli ex-compagni – Neil Frazer, David Boulter e Terry Edwards – con i quali diventa presto naturale tornare a fare musica insieme. L’album della ritrovata concordia è anche quello della ritrovata ispirazione: “The Hungry Saw” (2008) annulla le distanze personali e temporali, come un percorso mai interrotto, svelando intatta l’endemica nostalgia delle canzoni dei Tindersticks e la loro freschezza melodica, ancora calata in arrangiamenti raffinatissimi, anche se appena più essenziali che in passato.

Si tratta di un ritorno tutt’altro che stanco, un vero e proprio nuovo inizio. Nella realizzazione dei dischi successivi, infatti, è evidente la continuità della “seconda vita artistica” della band, che si manifesta nella ricerca di strade nuove, in una maggior libertà stilistica e compositiva, attigua a volte al jazz; seppure tale sforzo creativo non risulti del tutto a fuoco in “Falling Down A Mountain” (2010), anche grazie al ritorno a più congeniali toni languidi e a pregevoli aperture orchestrali, può dirsi finalmente compiuto nel successivo “The Something Rain” (2012).

Romanticismo per il cinema e le immagini
La densità di sensazioni nostalgiche e le spiccate potenzialità descrittive della musica dei Tindersticks hanno spesso suscitato definizioni che ne suggerivano associazioni “cinematiche”. Non a caso, la loro collaborazione con la regista francese Claire Denis ha prodotto ben sei colonne sonore, raccolte nel 2011 nel cofanetto di cinque cd “Claire Denis Film Scores 1996–2009”. Anima cinematica della band è stato in particolare David Boulter, grazie al quale, fin da “Nénette et Boni” (1996), la band ha instaurato con la Denis un rapporto simbiotico, distante dall’idea della colonna sonora quale lavoro “su commissione”, manifestazione di un parallelismo creativo che ne ha reso complementari i linguaggi artistici, facendo leva sulla comune delicatezza dei tratti e delle emozioni veicolate dai rispettivi mezzi espressivi.

Da altre premesse, ma con risultati altrettanto interessanti, ha invece tratto le mosse la recente sonorizzazione del museo della Prima Guerra Mondiale di Ypres, in Belgio, costituita da sei movimenti ampiamente incentrati sulle timbriche solenni degli archi.

(in collaborazione con Francesco Amoroso, pubblicato su Rockerilla n. 425, gennaio 2016)

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