music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: FRANCESCO GIANNICO

Da poco reduce dalla pubblicazione dello splendido “Deepness“, Francesco Giannico racconta il proprio approccio a tutto tondo a una ricerca sonora che spazia dal soundscaping all’elettro-acustica, combinando una varietà di spunti e linguaggi musicali, che ne fanno senz’altro uno tra i più completi sperimentatori italiani.

francesco_giannico

Nei tuoi lavori, field recordings e parti suonate convivono tra loro in un equilibrio che si ricombina uscita dopo uscita. Come hai cominciato a suonare e quando ti sei avvicinato all’ecologia sonora?
Credo che l’ecologia sonora per me sia stata una vera e propria rivelazione, una sorta di prova tangibile di come innumerevoli minuscoli tasselli, raccolti in tanti anni di studi e di esperienze sul campo, siano riusciti in qualche modo a connettersi tra loro in una modalità che ha un senso sia per chi suona ma ancor di più per chi semplicemente ascolta. Provo a spiegarmi meglio: avevo un bel minestrone in testa dopo gli studi, ricordo che passavo con disinvoltura dalla musicologia al management in beni culturali passando per i corsi di design e comunicazione, insomma ero certamente molto stimolato ma al tempo stesso alquanto disorientato. Avevo in effetti percepito solo in piccola parte quello che avrei sondato più approfonditamente in seguito, così, ho pensato che l’ecologia del suono avrebbe potuto rappresentare un collante perfetto per tenere insieme esperienze diverse, come ad esempio la socialità attraverso processi collettivi dal basso, o la possibilità di potersi approcciare a tematiche come l’inquinamento acustico e infine, cosa a mio parere più importante di tutte, la possibilità di riscoprire con luce nuova, o con orecchie nuove, sarebbe il caso di dire ambienti a noi già familiari.

È forse ancora sorprendente vedere uno sperimentatore sonoro originario del sud Italia. Ritieni che il tuo ambiente d’origine abbia influenzato il tuo modo di vivere la musica?
C’è una cosa che adoro moltissimo, ossia registrare all’interno dei centri storici delle cittadine del sud Italia, magari d’estate e ancor meglio subito dopo pranzo, in quella fascia oraria indefinita che viene più o meno comunemente chiamata controra, dedicata comunemente alla siesta.
Ne viene fuori uno spaccato acustico forte, che resiste nonostante il tempo e le trasformazioni in atto. Se il paesaggio può ancora dire qualcosa, ci riesce grazie a queste isole sonore che convivono con l’antropizzazione selvaggia che causa la famigerata banalizzazione della biodiversità sonora, che come sappiamo appiattisce le peculiarità acustiche dei luoghi in cui viviamo.

Sei un artista abituato alle collaborazioni, ma hai pubblicato anche dischi solisti: cambia qualcosa nel tuo modo di lavorare a seconda dei casi? Quali, tra le tante collaborazioni, ritieni siano state le più stimolanti?
Tutte le collaborazioni per me sono state variamente stimolanti, tra queste ce ne sono alcune che ho considerato inizialmente delle vere e proprie sfide per via della difficoltà del mettere insieme linguaggi molto diversi tra loro, come nel caso di “Erased”, dove il solo tentare di seguire l’atonalità, la complessità ritmica e l’inquietudine battente del pianoforte di Thollem Mc Donas poteva scoraggiarmi dal portare a termine il lavoro. Per questo motivo ho pensato di fare l’opposto, ossia sottolineare quello che sembrava meno importante. Il tentativo in definitiva è stato quello di realizzare un disco nel quale gli spazi tra le due anime, elettronica e pianoforte, si compenetrassero con equità, calibrando tempi e modi dei vari interventi.
Con altri musicisti, più affini a me invece, le cose sono state decisamente più semplici, basti pensare alla collaborazione con Giulio Aldinucci per “Agoraphonia” o a quella con il pianista Theo Allegretti per il progetto “Flow Signs“.

La tua ricerca sonora ti conduce sovente dalle parti di quel soundscaping che in Italia sta dando luogo a esperienze interessanti quale quella dell’Archivio Italiano Paesaggi Sonori: quali ritieni possano essere le prospettive di questo approccio concettuale alla musica “d’ambiente”?
Credo che ormai anche in Italia, dopo tanti anni di pratiche legate all’uso del field recording, un po’ tutto l’approccio verso questo mondo debba rinnovarsi. Lo stesso Archivio Italiano dei Paesaggi Sonori, l’associazione di cui faccio parte, ritengo stia attraversando un periodo di transizione. Ci sono state infatti e ci sono ancora delle discussioni su come le modalità di rappresentazione acustica di un ambiente debbano poi effettivamente venir fuori.

francesco_giannico_2Quanto ritieni che l’ecologia sonora si possa trasmettere in esperienze pratiche e seminari come quelli realizzati periodicamente dall’Archivio e quanto invece pensi scaturisca da una spontanea relazione individuale con l’ambiente?
La spontaneità è un fatto istintivo, penso serva anche un aiuto da parte del contesto per affinare la propria sensibilità in questo ambito. Chiaramente ci sono alcune persone che hanno delle predisposizioni naturali ad affidarsi all’ascolto per conoscere la realtà circostante, ma ancora troppi sono gli esempi legati alla sola vista o nei quali il suono è un fatto accessorio.

La tua interpretazione del soundscaping tende spesso ad aggiungere ai suoni concreti un impianto strumentale elettro-acustico (come ad esempio nell’ultimo “Deepness”). Come ritieni che questi elementi si combinino con una musica dai prevalenti tratti minimali?
Premetto che non c’è un procedimento specifico o che mi sono autoimposto per fare questo tipo di operazione, è una modalità cosa che seguo abbastanza naturalmente. A volte si parte dal field recording, altre volte la suggestione principale è un giro di chitarra o un accordo sul synth o un drone, le possibilità sono infinite, come sappiamo, ma la prassi in effetti mi porta spesso a fare questo tipo di accostamento, è sicuramente l’approccio che preferisco.

I tuoi ultimi lavori solisti, “Metrophony” e “Deepness“, traggono spunto da contesti ambientali tra loro molto diversi e in parte inediti per il paesaggismo sonoro: cosa in particolare suscita il tuo interesse in un ambiente sonoro?
Mi piace la possibilità di poter definire lo spazio sonoro in modo più netto rispetto ad altre esperienze acustiche. Ai tempi di “Metrophony” ero innamorato di questo concetto statico/dinamico del suono nella bolla della metro di Roma, tanta gente in continuo movimento ogni giorno e che riproduce nella sostanza lo stesso paesaggio sonoro anche a distanza di mesi. Per “Deepness” il processo è stato diverso, meno analitico se vogliamo e caratterizzato invece da una forte suggestione, le profondità del mare, che beninteso partono da un fatto concreto, suoni marittimi effettivamente registrati, sono dunque partito dai campioni audio del mare ma mi sono poi rivolto altrove.

Ti va di raccontare qualche particolare delle tue esperienze “sul campo” per la raccolta di suoni e field recording?
Un piccolo momento molto divertente, lo scorso anno durante un progetto nelle scuole a Grottaglie, in provincia di Taranto, un bimbo indossando per la prima volta cuffie collegate al registratore digitale mi fa: “professore, adesso sento”, come se prima la sua vita fosse stata caratterizzata dall’assenza di suono. Scoppiammo a ridere con gli altri docenti.

Come avvengono i passaggi successivi alla raccolta dei suoni attraverso i quali pervieni alla creazione dei tuoi brani?
Non c’è un metodo specifico, a volte mi piace dare rilevanza alla concretezza del paesaggio sonoro, rivelare la tonica di sottofondo nella sua semplicità con poche manipolazioni di sorta. Nel caso di “Metrophony” ad esempio, tutto il disco è incentrato sul bordone della metro che accompagna letteralmente il viaggio dell’ascoltatore. Certo non ci si trova di fronte ad un audio-documentario, la traccia è ritoccata in più punti e stravolta ad uso e consumo mio personale che l’ho pensata secondo un’evoluzione naturale data dal minutaggio fisso della durata del viaggio in metro.

francesco_giannico_3Quale rapporto ritieni sussista, nel campo del soundscaping, tra arte sonora, rappresentazione visiva e approccio scientifico agli elementi naturali? In particolare, quale ruolo attribuisci all’aspetto concettuale e a quello visuale nell’elaborazione e nella presentazione delle tue opere?
Più vado avanti e più mi rendo conto che un buon lavoro per essere davvero perfetto dovrebbe partire quasi sicuramente da un concept molto forte, quindi che sia, oltre che stimolante, anche ben definito. Quando il lavoro lo permette, ad esempio nelle installazioni o nelle esibizioni per le quali si è pensato ad una parte visuale, il concept ha modo di espandersi e di essere praticamente rivelato senza essere spiegato in modo didascalico, diventa dunque una rappresentazione concreta ed estesa di quella che era l’idea iniziale.

Nei suoni e nelle sensazioni, la tua musica sembra avere spesso a che fare con l’idea del ricordo: quanto c’è di spontaneità emotiva e quanto di “hauntologia” nel tuo modo di comporre?
Talvolta mi rimproverano di eccessiva razionalità, ma so che è un modo per organizzare anche le mie emozioni, uno scudo in fondo. Quindi direi che almeno nel processo creativo mi riservo di mettere tutta la dose di emotività di cui ho bisogno. Sicuramente un’emotività escatologica, un po’ giovanilisticamente psichedelica, ma concretamente ancorata al mondo materiale attraverso il paesaggio sonoro da cui tutto è partito.

Musica come la tua non è sempre facile da presentare nella dimensione live; come sono strutturate le tue performance dal vivo?
In effetti devo sempre prepararmi molto prima di una performance dal vivo. Ci sono molti elementi che devo controllare, dalla banale manipolazione di una registrazione o da un filtro passa basso su un synth all’intervento di molte parti suonate, chitarra, tastiere, xilofono. Devo sempre riuscire a trovare il giusto mix tra live e automatismi. Fa parte del gioco, quello che sembra difficile per alcuni per altri può risultare molto divertente.

Hai pubblicato lavori su supporti diversi per numerose etichette italiane e internazionali: quali sono i canali attraverso i quali ti muovi per diffondere le tue produzioni?
C’è uno zoccolo duro di affezionati su carta e sul web in Italia e fuori, solitamente mando i promo a queste persone, poi ad amici, simpatizzanti. Infine faccio anche io una comunicazione ufficiale sempre di comune accordo con l’etichetta naturalmente. I canali sono i soliti direi: newsletter, facebook, youtube, twitter etc…

Cosa pensi del modo in cui viene trattata musica affine alla tua in Italia dalla stampa più o meno specializzata e sulla rete?
Se parli di critica musicale, ritengo sia semplicemente difficile trovare un livello degno di scrittura giornalistica, a parte pochi esempi felici. Avremmo bisogno di un approccio più aperto e più approfondito al tempo stesso. La specificità nel segno della libertà di genere penso sarebbe il regalo più grande che potremmo avere ma è legato tutto al senso di approfondimento, di cultura generale di un popolo, di livellamento (al rialzo) del gusto. Non sono cose insomma che possono riguardare solo la musica come si sa ma sì, molti stereotipi han bisogno di essere cancellati .

Infine, quali sono i tuoi prossimi obiettivi artistici e i progetti ai quali stai lavorando?
Sto lavorando ad un altro disco sempre in collaborazione con Giulio Aldinucci, ho un’installazione in programma nei prossimi mesi ed alcuni workshop in ecologia del suono da definire.

http://www.francescogiannico.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 12 febbraio 2017 da in interviste con tag , , , , , , .
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