music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

brave_timbers_hopeBRAVE TIMBERS – Hope
(Gizeh / Little Crackd Rabbit, 2016)*

Sarah Kemp è un’artista tanto incline alle collaborazioni che non ha potuto fare a meno di dischiudere anche il suo personale progetto Brave Timbers a una condivisione creativa in grado di farlo fiorire a nuova vita, oltre cinque anni dopo il prezioso debutto “For Every Day You Lost”. La violinista e polistrumentista inglese (all’opera tra gli altri con Memory Drawings, The Declining Winter, Last Harbour e Fieldhead) trasforma così Brave Timbers in uno stabile duo, che la vede affiancata Andrew Scrogham, al pianoforte e alla chitarra acustica.

Su queste basi hanno preso forma gli undici strumentali di “Hope”, ampiamente incentrati sul dialogo tra violino e pianoforte, che crea una sequenza di concise miniature cameristiche, intrise di una raffinatezza senza tempo e tuttavia ancora radicate nelle sensazioni bucoliche che, sotto varie forme, si sono succedute in gran parte delle produzioni della Kemp.
Benché infatti fin dalle delicate interpunzioni pianistiche dell’apertura “Sun Through Leaves” un neoclassicismo dai contorni rinascimentali connoti leggiadri florilegi violinistici, il lavoro si snoda attraverso una variopinta sequenza di ambientazioni, che ne attesta il carattere sostanzialmente atmosferico, pure conseguito attraverso gli intrecci armonici di una semplice strumentazione acustica.

Con la lieve naturalezza di un batter d’ali, nei quaranta minuti di “Hope” si passa dal solenne minimalismo delle note cadenzate di “Stillness” e dall’estrema fragilità dei loop di pianoforte e violino di “The Well Worn Path” alle fluide elegie notturne dispensate dall’ensemble declinato in duo di brani quali “Swimming In The Isar” e “Hands In The Earth”.
La medesima sintesi tra dimensioni espressive e suggestioni diverse si manifesta altresì nell’equilibrio tra speranza e nostalgia rispecchiato dal titolo del disco e dai suoi contemplativi paesaggi sonori, ancor più evidente nei due passaggi nei quali il pianoforte cede il passo a un limpido picking acustico, suggerendo vaporosi riflessi aurorali in “First Light” e l’endemica malinconia della countryside in “Season’s Past”.

E ancora, lo stesso vale per i ricorrenti riferimenti a dettagli naturali o fenomeni atmosferici, del tutto coerenti con la consistenza vaporosa delle atmosfere sospese di “A Break In The Clouds” e “After The Rain” – le composizioni più “ambientali” del lotto – e con la grandiosità cinematica ricavata dal duo dall’osservazione delle piccole cose, come gli steli d’erba immortalati nella conclusiva “In The Long Grass”, come in un’istantanea sbiadita dal tempo e dallo stesso perpetuata ben al di là dei propri contesti e significati originari.
Così è la musica della transizione a duo di Brave Timbers, calata nel tempo presente di una lucida elaborazione artistica ma universale nel linguaggio di un neoclassicismo fortemente evocativo, ricamato da riflessi impalpabili e agrodolci penombre.

*disco della settimana dal 22 al 28 febbraio 2016



http://www.bravetimbers.com/

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