music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: THE DECLINING WINTER

Reduce dalla straordinaria esperienza degli Hood insieme al fratello Chris, nei dieci anni intercorsi dall’interruzione dell’attività della band, Richard Adams ha continuato a sviluppare le componenti più rurali e malinconiche di quel suono così particolare, intraprendendo numerose collaborazioni e progetti. Tra questi, The Declining Winter resta tuttavia il suo vero e proprio alter-ego, quello nel quale compiutamente esprime la propria personalità artistica. A poche settimane dalla pubblicazione del suo ultimo album, lo splendido “Home For Lost Souls“, Adams ne racconta la genesi, tracciando un itinerario di come si è evoluto nel tempo il suo modo di vivere e interpretare la musica.
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È inevitabile cominciare dagli Hood… da dieci anni a questa parte, tu e Chris state sviluppando profili diversi di quello che avete fatto insieme nella band: credi che i tutti i vostri progetti possano essere considerati come un’eredità complementare alla band?
Sì, è così che consideriamo questi altri progetti, come se si trattasse di una sorta di appendice di quello che abbiamo fatto con gli Hood. Non potranno mai rimpiazzare quell’esperienza, ma mi auguro che chi ha apprezzato gli Hood possa fare lo stesso con quello che facciamo adesso. Credo che ci sia almeno un po’ del suono degli Hood in tutti i nostri progetti – del resto è inevitabile – ma in particolare nel mio ultimo disco ho cercato di abbracciarlo maggiormente rispetto a quanto abbia cercato di discostarmene.

Come The Declining Winter hai pubblicato tre dischi veri e propri, oltre a una manciata di singoli ed Ep. Esiste una correlazione tra il modo in cui la tua ispirazione si manifesta e la lunghezza delle tue pubblicazioni?
Per qualche anno ho avuto un’enorme difficoltà a ultimare qualsiasi cosa intraprendessi. Tra “Goodbye Minnesota” e “Home For Lost Souls” non c’è stato un album vero e proprio ma numerosi Ep. Credo che ciò sia dipeso in parte da un metodo di lavoro a sprazzi ma in parte anche dal fatto di non riuscire ad essere soddisfatto abbastanza di qualcosa che potessi considerare un album. Quello che ha portato a “Home For Lost Souls” è stato uno sforzo concentrato per realizzare un disco potesse funzionare come male, che scorresse in maniera unitaria… ma l’ispirazione per fare una cosa del genere ha impiegato anni ad arrivare.

L’autunno e l’invero sono temi ricorrenti nella tua musica, fin dai tempi degli Hood, che possono quasi percepirsi in molte delle tue canzoni. In generale, quale ruolo rivestono il clima e l’ambiente nel tuo processo creativo?
Non si tratta di qualcosa di pianificato, ma in particolare l’autunno è per me talmente ricco di ispirazioni che tendo a lavorare parecchio in quel periodo e da ciò dipende che molte canzoni siano attraversate dalla particolare malinconia connessa alla stagione. Nell’Ep “Fragment 5” ho provato a renderla in maniera più adatta alla primavera, che è la stagione nella quale ne ho scritto i brani, ma probabilmente la sensazione che chiunque ne ricava dal suono è sempre invernale o autunnale! Tutto ciò non mi condiziona poi così tanto, ma da quando mi sono trasferito in città è ovviamente meno presente intorno a me, mentre adesso molta parte della mia ispirazione proviene dal pensiero della natura e di quanto mi manca essere vicino alla campagna.

Lo stesso nome del tuo progetto rimanda immediatamente all’inverno: come l’hai scelto? È legato a qualche significato particolare?
Mi è venuto in mente riflettendo sul riscaldamento globale. Avevo trascorso le festività natalizie in America, e non c’era nemmeno un fiocco di neve. All’inizio l’idea era di celebrare l’inverno. Adesso ritengo quell’estetica superata almeno in parte, tanto che per l’ultimo disco ho considerato di cambiare denominazione, ma in fondo continua a piacermi e poi dopo un po’ di tempo i nomi non hanno poi un significato decisivo.

In The Declining Winter hai suonato con altri validi musicisti, sei parte di Memory Drawings e di recente hai intrapreso una collaborazione a distanza in Great Panoptique Winter. Si direbbe che sei molto interessato a lavorare con altri artisti: c’è qualcuno con cui ti piacerebbe collaborare?
Mi piace intraprendere il tipo di collaborazioni nelle quali i file viaggiano avanti e indietro piuttosto che chiudermi in una stanza con altre persone perché sono un musicista molto scarso e impiego una vita a concludere qualcosa! Memory Drawings è un’eccezione perché richiede che tre o quattro persone suonino insieme nello stesso momento, ma per una serie di circostanza anche quel progetto ha finito per svilupparsi in maniera diversa.
Ho avuto qualche scambio con Benoît Pioulard a proposito di un’eventuale collaborazione, per cui mi piacerebbe molto realizzare qualcosa insieme a lui. Altrimenti sarei interessato a fare qualcosa di un po’ più elettronico, qualcosa tipo Gas o DJ Sprinkles, e quindi mi piacerebbe lavorare con persone che già operano in quel campo.

Appunto Memory Drawings è un progetto davvero particolare: come vi è venuta l’idea di intraprendere qualcosa del genere?
È una lunga storia, ma Joel Hanson è sempre stato di grande supporto per gli Hood e mi era già capitato di incontrarlo in più di un’occasione. Una volta mi ha suonato un brano della sua band precedente e mi sono subito innamorato del suono del suo dulcimer e da lì abbiamo cominciato a pensare a qualcosa su cui il suo strumento potesse interagire con la chitarra acustica. Quando suoniamo insieme lo facciamo in maniera molto intuitiva, sviluppando tante belle idee melodiche. È complicato portare avanti il progetto visto che viviamo in diversi Paesi, ma la sua parte creativa ripaga molto spesso le difficoltà.

Il primo disco di Memory Drawings è stato pubblicato su Second Language, l’etichetta curata tra gli altri da Glen Johnson. Cosa pensi della filosofia dell’etichetta e del “collettivo” artisti dalla sensibilità tra loro affine che vi si è formato intorno?
Mi piace quell’idea, ma anche quella di Home Assembly, che raccoglie un po’ di tutto. È utile per un’etichetta avere un’identità precisa, ma è anche divertente uscire dai propri schemi. Purtroppo per un’etichetta eclettica è più difficile sopravvive perché non tutti apprezzano necessariamente tanti diversi stili. Penso comunque che l’estetica complessiva di Second Language sia fantastica e che i suoi packaging siano molto creativi.

Hai pubblicato tutti i tuoi lavori successivi al periodo degli Hood su piccole etichette e/o in edizioni limitate: si tratta di una precisa scelta di indipendenza e libertà espressiva? Che futuro prevedi per gli artisti e per le etichette indipendenti nel difficile mondo musicale attuale?
Mi piace lavorare con persone diverse per ogni mia produzione e anche se capita raramente di suonare dal vivo trovo positivo per la mia musica il fatto di essere ascoltata da persone diverse. È facile constatare che se lavori con una sola piccola etichetta rischi che ogni tuo lavoro venga ascoltata in prevalenza dal nocciolo duro di chi ne segue tutte le uscite. Quindi lavorare con diverse etichette serve anche a espandere il pubblico e raggiungere un maggior numero di persone.
Ritengo che l’unico futuro possibile di questo tipo di produzioni sia quello di fare tirature limitate di prodotti che siano gradevoli o particolari anche dal punto di vista estetico e distribuirli tramite uno o due rivenditori e forse Bandcamp. Oggi tutto gioca contro le piccole etichette, dai costi delle spedizioni al predominio da parte del mainstream di tutti i media possibili. È già molto complicato per le etichette competere al livello della distribuzione, perché distributori e negozi tendono ormai a trattare solo il materiale che sanno già di poter essere in grado di vendere.

the_declining_winter_1Quale evoluzione senti di aver attraversato rispetto agli inizi di The Declining Winter?
Beh, agli inizi era un semplice progetto solista, poi è diventato qualcosa di simile a una band, ma adesso è tornato ad essere in prevalenza il frutto del mio lavoro solista. È un processo che rientra nella sua stessa natura, perché lavorare da solo mi permette di ottenere in maniera più facile e veloce il risultato che desidero, anche se devo dire che mi manca un po’ il contributo di altre persone e l’aspetto sociale di una band. Dal punto di vista più strettamente musicale mi sento molto più avanti rispetto al punto dal quale ho iniziato, visto che adesso sono in grado di costruire e registrare canzoni per conto mio mentre prima mio fratello mi aiutava dal punto di vista progettuale. È stato un po’ tutto un’unica lunga parabola di progressivo apprendimento.

Il nuovo album “Home For Lost Souls” sembra una sorta di catalogo organico di diversi lati della tua personalità: hai cominciato a scriverlo con la chiara intenzione di metterli in mostra o è venuto fuori così in maniera naturale?
In effetti un po’ entrambe le cose. Avevo da poco preso un nuovo computer dotato di tutti i software musicale più recenti, mentre in precedenza usavo materiale di inizio secolo, che si bloccava in continuazione e ansimava in maniera incontrollabile quando provavo a fare qualsiasi multi-tracking. La mia nuova dotazione tecnica è stata una liberazione, tanto che ho finito per provare a fare tutto ciò che avrei voluto negli anni precedenti. Ho registrato molto materiale anche solo per sperimentare nuovi metodi di lavoro, per esempio “Hurled To The Curb” è stata la prima cosa che ho provato a realizzare sul nuovo dispositivo. Per questo motivo ho cercato di sviluppare molte idee diverse, quindi è questo il motivo per cui nell’album convivono numerosi diversi profili.

Ritieni qualcuno dei tuoi dischi in particolare rappresentativo della tua sensibilità personale e musicale?
Senz’altro “Home For Lost Souls”! Non lo dico soltanto perché è il mio disco più recente ma perché ritengo sia quello nel quale c’è di me stesso rispetto a qualsiasi cosa abbia fatto in passato. La sua parte collaborativa è molto limitata e rappresenta il frutto del mio desiderio di racchiudere in un disco tutto ciò che mi è sempre piaciuto. Potrebbe sembrare un cliché, ma l’ho fatto davvero per me stesso.

Per quanto poco contino le definizioni, quale ritieni si attagli meglio alla tua musica e in che modo desideri che venga percepita da chi la ascolta?
Credo che la mia musica sia qualcosa di leggermente più pop di quanto in generale la si percepisca. Non passo tutto il tempo a cercare di essere obliquo, amo la musica pop e le melodie accattivanti e mi capita di realizzare cose che per me sono piuttosto scontate ma che per qualche motivo non risulta così facilmente accessibile. Forse dipende dal fatto che la mia mente e le mie orecchie funzionano in maniera differente rispetto a quelle di chiunque altro. Mi auguro soltanto che, applicandosi nell’ascolto, se ne possa trarre godimento e magari se ne possa apprezza la melodia!

Più o meno tutta la musica che hai suonato negli anni trasmette sensazioni “rurali” o “rustiche”, forse per il particolare suono della tua chitarra: si tratta soltanto di un’impressione suscitata dalle sonorità o di un risultato che hai provato a raggiungere in maniera consapevole?
Molto tempo fa mio fratello sosteneva qualcosa del genere, che il mio modo (terribile!) di suonare la chitarra producesse un certo suono caratteristico, per cui ho cercato di valorizzare questo particolare piuttosto che preoccuparmi di non saper suonare molto bene.
Amo molto la musica dai contorni rustici e bucolici, quella che riesce ad evocare un luogo o un momento. Per questo ho consapevolmente cercato di far apparire il suono dell’ultimo disco “boscoso”, come se fosse stato appena estratto da un prato da qualche parte.

Le sensazioni “rurali” evocate dalla tua musica sono piuttosto simili a quelle dia altri artisti provenienti dalla campagna inglese, quali ad esempio Epic45 o July Skies: riscontri un’affinità con la loro musica? o sono semplicemente i luoghi e i paesaggi a suggerite questa similitudine?
Penso che essere cresciuto in campagna importi un certo tipo di sensazioni nostalgiche ed evocative. Posso considerare la mia infanzia abbastanza idilliaca se penso che per tornare a casa da scuola attraversavo campi di granturco e radure boscose, e quelle sensazioni di bambino libero di correre all’aperto non mi ha mai abbandonato. Immagino che anche i musicisti di Epic45 e July Skies abbiano avuto esperienze analoghe, anzi credo che la loro musica rimandi ancor di più ai tempi della loro gioventù. Non mi ritengo del tutto un nostalgico, ma di contro sono convinto che si tratti del sentimento più propriamente tale, che nel mio caso si traduce proprio in quello di una libertà che è difficile ritrovare poi in età adulta.

Negli ultimi anni la musica folk si sta espandendo in maniera sempre più ampia tra gli artisti indipendenti: cosa pensi di questo ritorno alla semplicità e in generale al linguaggio del folk?
La mia unica perplessità circa molta della musica folk di questi giorni è che si impegna troppo nel cercare di ricreare un passato che non è mai realmente esistito. C’è qualcosa di falso nel cantare dei temi che erano attuali quando le canzoni folk tradizionali sono state scritte. Ovviamente il significato sottostante a quelle canzoni può trascendere le generazioni, ma mi è capitato di trovare una parte della musica folk attuale un po’ un fac-simile: c’è bisogno di aggiungervi un tocco di modernità, altrimenti può capitare di rischiare di apparire un po’ scemi!

Che ruolo riveste la musica nella tua vita? Continui a viverla semplicemente come una passione oppure pensi possa offrirti qualcosa di più?
Adesso è soltanto una passione, qualcosa che mi tiene lontano dai guai. L’unico modo di relazionarmi con questa situazione è non avere aspettative a riguardo. La cosa più gratificante per me è quando una canzone o un’idea comincia a prendere forma. Se invece comincio a coltivare aspettative di un ritorno economico o di critica, allora le cose prendono il verso sbagliato e comincio a deprimermi. Pubblico per una piccola etichetta, non suono dal vivo né faccio parte di alcuna scena, per cui non posso competere per nulla con altri artisti. Eppure, per me è già splendido riuscire a pubblicare qualcosa e avere qualcuno che l’apprezzi.

Da ascoltatore, che tipo di musica hai maggiormente apprezzato nel corso degli anni? E adesso?
I miei gusti d’ascolto mi portano dappertutto, anche se continuo a essere particolarmente entusiasmato da uno strano tipo di pop influenzato dalla musica degli anni Sessanta, con strane melodie e una sensazione rurale.
Beach Boys, Prefab Sprout, Cleaners From Venus e Real Estate sono tra i miei preferiti negli ultimi tempi. Poi, visto che lavoro in un negozio di dischi, mi capita di ascoltare tantissime cose diverse, ma non mi vergogno di dire che la musica che mi colpisce davvero di più è molto simile a quella con la quale sono cresciuto. La musica che ascolto per puro piacere non è poi così simile a quella che faccio, ma mi rendo conto di come la influenzi, anche se non lo si può percepire soltanto attraverso l’orecchio.

Cosa pensi del modo in cui la musica si diffonde oggi attraverso la rete?
È molto interessante. A volte mi ha davvero sorpreso vedere un nostro video su un qualche sito oppure ricevere improvvisamente numerose visualizzazioni. Forse è perché sono vecchio e non fruisco la musica in quel modo, non è facile comprendere e gestire il funzionamento di queste dinamiche. Mi stupisco in continuazione di come le persone riescano a scovare del materiale su piattaforme come Bandcamp. Tutto ciò, però, ha sicuramente aiutato persone come me e come mio fratello a trovare una platea per la nostra musica senza dover necessariamente suonare dal vivo. D’altro canto, sono abbastanza preoccupato di poter fare troppo affidamento su questi strumenti e diventare di conseguenza un po’ pigro, mentre quando eravamo giovani dovevamo lavorare duramente perché quello che facevamo potesse impressionare davvero chi ascoltava e bisognava diffonderlo attraverso i concerti. Oggi invece può esserci la tendenza a mettere semplicemente tutto online e si considera un successo se viene scaricato da dieci persone, che poi è quello che molti già fanno. Sento di avere un’ambizione leggermente superiore e vorrei che la mia musica fosse ascoltata dal più ampio numero di persone possibile. E continuo a sperare che chi ascolta abbia una specie di rilevatore di tutta la robaccia in circolazione e capisca quanto duro lavoro c’è dietro la musica che produco! Un altro degli aspetti della rete è che ormai tutti quanti vogliono ascoltare un disco per intero prima di acquistarlo: lo capisco, ma è vero anche che questo fa venir meno l’attesa e il mistero di quando un disco acquistato entra a casa per la prima volta. È parte dell’attività di un’etichetta quella di provare a vendere il proprio materiale, ma per fare questo bisogna entrare un po’ nella testa di chi ascolta ed è molto difficile riuscire a farlo nella maniera giusta.

Con tutta la musica in circolazione, a cosa credi che ancora scrivere canzoni? Cosa ti motiva a continuare a farlo?
La spiegazione più semplice è semplicemente non riesco a smettere! Per me è una cosa naturale come svegliarmi la mattina e fare colazione. Non posso smettere di scrivere e di pensare di farlo. Sono molto frustrato che la mia musica non suoni mai come dovrebbe nella mia testa, ma se alla fine ho l’opportunità di pubblicarla cerco di lasciarla andare anche se per me si tratta di un processo difficile. Ogni volta ho enormi dubbi, ma alla fine credo abbastanza in quello che faccio per pensare che meriti un qualche posto nel mondo.

(English version)

http://www.thedecliningwinter.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 24 aprile 2015 da in interviste con tag , , , , , .
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