music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Graveyard Tapes - White Rooms Cover Original Image - SKMBT_C6541GRAVEYARD TAPES – I’m On Fire (White Rooms Remixes)
(Lost Tribe Sound, 2015)

Tanto variegato e ricco di spunti si è rivelato il secondo capitolo della collaborazione tra Euan McMeeken e Matthew Collings in Graveyard Tapes che, a nemmeno un anno dalla sua pubblicazione, è stato sottoposto a una pressoché completa opera di rimaneggiamento e ulteriore trasformazione. “I’m On Fire” raccoglie infatti una serie di remix aventi ad oggetti brani di “White Rooms”, album di per sé estremante composito, che vedeva i due artisti scozzesi accedere a canzoni oscure e oblique, tempestate da schegge rumorose ma anche dotate di fragili contenuti emozionali.

Comune denominatore di quel lavoro era tuttavia da riscontrarsi nelle ambientazioni atmosferiche di quasi tutti i brani, che non a caso rappresenta l’elemento sul quale si sono concentrati gli artisti le cui rielaborazioni fanno appunto di “I’m On Fire” un album sostanzialmente altro rispetto all’originale.
Innanzitutto, l’elemento vocale finisce sempre più sullo sfondo, al più avviluppato dalle sorprendenti stratificazioni innestate sulla title track da René Gonzalez Schelbeck (Western Skies Motel) o dal microcosmo di pulsazioni e morbide risonanze applicato da Paul Elam (Fieldhead) e Fraser McGowan (Caught In The Wake Forever) nelle rispettive versioni di “Ruins”.

L’estrema duttilità discendente dalle mille sfaccettature del materiale d’origine produce un ampio spettro di risultati, per quanto inevitabilmente declinati dalle diverse sensibilità degli artisti coinvolti nelle riletture: così, mentre Kael Smith (Mute Forest) e Bastardgeist amplificano attraverso arpeggi e battiti le potenzialità “pop” di “Sometimes The Sun Doesn’t Want To Be Photographed”, William Ryan Fritch opta per il lato più destrutturato della sua funambolica personalità per rendere ancora più surreale la declamazione di “Exit Ghosts”. Come in “White Rooms”, la componente ambientale permane sempre latente, tanto da poter essere colta, quanto meno in filigrana, in quasi tutti i brani, salvo affiorare con decisione in superficie sotto forma delle sature modulazioni d’archi della versione di Benoît Pioulard di “Dulcitone Grasses” e delle granulose modulazioni sintetiche di Dag Rosenqvist, che espandono “Flicker” a una brulicante allucinazione di nove minuti.

Pur non trattandosi di operazione inedita, quella sottesa a “I’m On Fire” risulta particolarmente stimolante per qualità degli artefici e risultanze contenutistiche, tali da trasformare il materiale di partenza in un’opera a sé stante, che non fa che confermare l’ampiezza degli orizzonti ormai coperti da Graveyard Tapes, progetto mutante e, anche in questa forma, inesauribile fonte di scoperta.

https://www.facebook.com/graveyardtapes

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