music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

littlebow_threeLITTLEBOW – Three
(Rural Colours, 2016)*

Tutto iniziò come un curioso dialogo tra soli fiati, quando Katie English (Isnaj Dui, The Sly And Unseen) e Keiron Phelan (State River Widening, Phelan Sheppard, Snow Palms, Smile Down Upon Us) intrapresero la comune avventura di Littlebow.
Al terzo capitolo di una collaborazione ormai trasformatasi in progetto stabile, Littlebow si presenta nel formato ampliato di un ensemble da camera, comprendente archi, ritmiche e tastiere, nonché l’arpa e le parti vocali di Brona McVittie, ultima aggiunta della band.

Nelle sette tracce del lavoro, il minimale impressionismo acustico dell’originario duo si colora di una varietà di sfumature, adesso in prevalenza improntate a una delicatezza bucolica pennellata da brevi impulsi e incantati intarsi acustici. Con l’ulteriore supporto ritmico di Jerome Tcherneyan (Piano Magic), la band pennella così una sequenza di delicate miniature armoniche, che si sviluppano con le lente movenze dei frammenti policromi di un caleidoscopio o dei meccanismi di un vecchio orologio da tavolo.

Il contenuto sottilmente straniante delle combinazioni tra i vari strumenti – presentate sotto forma di brevi istantanee o di più articolate sinfonie in miniatura – è depotenziato dal piglio giocoso di composizioni, che a partire dall’iniziale “The Last Summer Of The Century” proiettano in una dimensione arcadica nella quale il cielo è sempre sereno.
L’altrove spazio-temporale di Littlebow si riveste dunque di volta in volta di nostalgici tratti chamber-folk (“The Damned Erudition Of Damian O’Hara”), vellutati notturni folk (“Too Green, These Widows Weeds”, con tanto di interpretazione teatrale) e persino di un’enfasi ritmica vivace e metronomica, che fa pensare a un’avventurosa traslitterazione acustica delle segmentazioni della ricerca elettronica teutonica degli anni Settanta (“Some May Transition”).

Ma l’intera essenza della nuova veste di Littlebow è racchiusa nei quasi tredici minuti di “The Swing That Creaks For The Child That Weeps”, che contraddicono l’attitudine della band alle miniature solo per la durata, mentre la elevano all’ennesima potenza in una sequenza di filigrane armoniche in costante evoluzione, pura poesia folk in sedicesimi, fuori dal tempo come le magiche parti vocali della McVittie. È la prova più evidente della transizione lucidamente compiuta dall’idea sottesa a Littlebow, progetto ancora fedele ai propri cardini espressivi minimali, che in “Three” rifulgono di una bellezza acustica fragile, inconsueta, sorprendente.

*disco della settimana dal 29 agosto al 4 settembre 2016

https://www.facebook.com/littlebowmusic

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