music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: OLIVER CHERER / DOLLBOY

oliver_chererDopo tanti anni trascorsi ad esplorare ampi territori dalla folktronica all’ambient sotto l’alias di Dollboy, per il suo recente, splendido “Sir Ollife Leigh And Other Ghosts” Oliver Cherer ha scelto di usare per la prima volta il proprio nome. Ci racconta lui stesso i motivi di questo mutamento, e molto altro, in un dialogo sulla sua sfaccettata personalità artistica e sul suo peculiare modo di vivere la musica.

Come hai iniziato a suonare? Hai ricevuto un’educazione musicale da bambino?
Mia madre suonava il pianoforte, ricordo ancora dei pezzi di Beethoven suonati da lei. Ho preso lezioni di musica fino agli inizi della mia adolescenza, quando ho scoperto Elvis, i Beatles, le chitarre e le ragazze.

C’è qualche artista che consideri importante nella tua formazione musicale, o almeno qualcuno che senti vicino al tuo modo di fare musica?
Da ragazzino ero impazzito per I Beatles e per la musica degli anni Sessanta in generale. Insieme all’unico dei miei amici che era in grado di suonare la chitarra in maniera decente sono stato trascinato in band punk, dopo di che abbiamo acquistato una drum machine, una Dr Rhythm, e abbiamo cominciato a produrre strani suoni con quella e due chitarre elettriche. Poi sono stato anche per circa un anno in una band gothic, con la quale abbiamo realizzato una session per BBC Radio One prima di separarci. Quindi ho messo su una band di sei elementi con chitarre e drum machine; intorno a quel periodo ho scoperto Miles Davis, i Velvet Underground e i Jesus And Mary Chain. “Just Like Honey” mi impressionò per come fosse la perfetta dimostrazione di quante cose si possono fare con tre corde: quel pezzo più di qualunque altro mi ha fatto comprendere le potenzialità di una buona melodia, che è quello che guida tutto ciò che faccio oggi.
Intorno allo stesso periodo un amico mi face conoscere “In A Silent Way” di Miles Davis, che credo continui ad avere un’enorme influenza sulla mia musica. Ovviamente, da allora ho imparato a scoprire e a conoscere migliaia di artisti e di dischi che amo e che hanno tutti una qualche influenza sulla mia musica, al pari di libri, film, etc.

Qual è la tua condizione ideale per comporre? Da dove proviene solitamente la tua ispirazione?
Mi ritengo una sorta di dilettante e cambio spesso le condizioni e le modalità della scrittura, in modo da evitare di diventare ripetitivo. Uso molto la chitarra acustica, anche se mi capita di scrivere sul pianoforte e su altri strumenti. Spesso ritorno ai metodi originari, impiegando synth e sequencer, spesso improvvisando per vedere quel che viene fuori. Di recente ho acquistato alcuni oscillatori, registratori a nastro e filtri risalenti agli anni Sessanta, per genereare texture e paesaggi sonori che fungessero da atmosfera di partenza per la chitarra. Nel corso degli anni ho imparato che finivo abbastanza spesso per scartare il materiale di partenza nel momento che un pezzo si sviluppava. Per esempio, se costruisco una pièce di chitarra e voce su una sequenza sintetica, molto spesso finisco per rimuovere quest’ultima per dare respiro alla canzone. Mi piace essere aperto a tutte le possibilità!

Dalla folktronica alle sperimentazioni ambientali e adesso a un peculiare chamber-folk dalle suggestioni vittoriane, la tua musica attraverso generi e definizioni, per quanto queste possano contare…ma ritieni vi sia qualcosa di comune in tutti i tuoi dischi?
È difficile per me rispondere, visto che sono probabilmente troppo vicino ai miei dischi per coglierne differenze e somiglianze. Ci sono però dei dati tecnici sui quali mi potrei concentrare. Ho una passione particolare per il modo lidio, che è affiorata nella maggior parte dei miei dischi: mi dà una sensazione di irresolutezza, ma non tanto esotica, e lo trovo irresistibile…il che ovviamente è una buona ragione per resistervi!
Mi piace molto anche il suono delle campane, così all’inizio utilizzavo molto il glockenspiel e i campanelli. Posseggo un vecchio synth Yamaha nel quale si possono inserire piccoli samples: in questo modo ho creato dei suoni di campane con un vecchio xilofono di vetro del 1940 e con alcune ciotole d’acciaio prese dalla mia cucina. Credo che siano presenti in ogni disco che ho realizzato dal 2004 in poi.
Probabilmente su tutti i miei dischi compare da qualche parte il mio vecchio amico Jack Hayyer. Ha un modo delizioso di suonare la steel guitar, anche se di recente l’ho impiegato alla viola, con la quale non si trova particolarmente a suo agio, non essendo il suo strumento principale, ma ne apprezzo molto l’esitante naturalezza (un po’ come John McLaughlin su “In A Silent Way” di Miles Davis).

Da ascoltatore, ti interessi degli stessi ambiti musicali sui quali lavori in qualità di artista?
Sì, fino a un certo punto. Sono sempre alla ricerca di qualcosa che non ho mai ascoltato prima. L’ultimo disco che mi ha davvero coinvolto è stato “Pale Green Ghosts” di John Grant, anche se di recente ho scoperto Dory Previn e anche le sue canzoni mi hanno entusiasmato. Amo il jazz e mi piacerebbe saper suonar meglio e capire un po’ più dei suoi aspetti teorici; a volte penso che faccio i dischi che faccio solo perché non sono in grado di suonare jazz!
Ascolto moltissimi dischi drone/ambient, anche roba tedesca degli anni ’70 come Popul Vuh, La Dusseldorf, Agitation Free, Harmonia. E sto cominciando a sviluppare un certo intresse per l’opera; ho ascoltato Maria Callas cantare la Tosca e l’ho trovata autenticamente inquietante, il che è gran risultato da raggiungere con un pezzo musicale.

oliver_cherer_1Il tuo “Ghost Stations” traeva spunto da una matrice concettuale molto chiara e interessante: cosa pensi della potenzialità del suono di descrivere luoghi e riempire spazi fisici?
Trovo che la recente tendenza per musica “psicogeografica” sia in prevalenza piuttosto noiosa. Lo stesso “Ghost Stations” è stato criticato da alcune parti per il fatto di aver associato i nomi di stazioni ferroviarie in disuso su brani musicali anche belli ma di per sé insignificanti, che soli senza la tracklist non avrebbero affatto suggerito l’idea di stazioni fantasma. In quel caso credo che questo rilievo non sia corretto, perché ho lavorato in maniera molto intensa per rendere ciascun pezzo una significativa riflessione sul luogo che vi dava il titolo, ma in generale questo tipo di critica è spesso giustificato: c’è un gran numero di artisti che creano bei pezzi di musica ambient ai quali viene dato un titolo che riflette un luogo geografico. Spesso la cosa funziona, un po’ come fotografare in bianco e nero per accentuare il senso di solennità delle immagini. In altre parole, ritengo che sia molto facile creare musica “psicogeografica” ordinaria, mentre sono necessarie un’abilità ulteriore e molta profondità di riflessione per farlo in maniera adeguata come per esempio ha fatto James Murray nei suoi dischi “Floods” e “Land Bridge”. Cito anche “Pilgrim Chants & Pastoral Trails” di Sharron Kraus, disco fenomenale che è stato per me fonte di ispirazione mentre lavoravo a “Sir Oliffe Leigh”.

Sei interessato alle relazioni della musica con altre forme d’arte?
Assolutamente! Sono stato ispirato da libri, dipinti, film, etc., nella stessa misura in cui lo sono stato da dischi. Comunque di questi tempi cinema e musica sembrano andare di pari passo e mi piace anche l’idea della musica ambient nelle gallerie d’arte…non l’ha già fatto Eno per un’esposizione di Rothko?
Le possibilità di far entrare le persone in contatto con la musica attraverso diversi media sono infinite. Quest’estate suonerò in un cinema in parallelo a un film e in un grande museo, circondato da dipinti e sculture. Inoltre ho svolto una residenza artistica insieme a Riz Maslen (Neotropic) persso il De La Warr Pavilion, nell’East Sussex, nel corso della quale abbiamo passato molto tempo all’interno dell’edificio (che è un grande centro artistico ospitato in una costruzione modernista), facendo registrazioni e scrivendo musica in maniera spontanea e sperimentale in funzione di una ricerca che porterà a un’esibizione dal vivo nel prossimo mese di novembre. Ci siamo messi a cantare nella tromba delle scale e salire sul solaio del tetto con videocamere e registratori è stata un’esperienza eccitante e di grande ispirazione.

Percepisci qualche differenza nel tuo processo creativo quando scrivi canzoni rispetto a quando componi materiale più sperimentale?
Non per quanto mi riguarda. Trovo che dipenda tutto dal disegno compositivo, che può essere lirico per una canzone vera e propria, oppure melodico o ritmico per ogni altro tipo di genere o disciplina. Spesso mi è capitato anche di avre creato canzoni a partire da vecchi pezzi sperimentali. È come se ci fosse un continuo ondeggiare tra i due estremi della mia musica, proprio per questo mi sembra strano categorizzare tutto ciò in compartimenti stagni. Per me come per molti altri, i confini sono adesso evaporati.

Per la prima volta hai scelto di utilizzare il tuo nome per pubblicare “Sir Ollife Leigh And Other Ghosts”: è perché hai sentito il lavoro in maniera molto personale oppure c’è qualche altra ragione?
La motivazione è abbastanza semplice. Glen Johnson ha voluto il brano “Croham Hurst” per una delle raccolte della sua etichetta Second Language (“Music and Migration III” n.d.r.) ma siccome ero stato presente con una traccia a nome Dollboy su molte delle raccolte precedenti ho semplicemente voluto cambiare. Adesso mi sento bene ad averlo fatto, perché credo di essermi nascosto dietro pseudonimi in passato. Ma in un certo senso è come dici, “Sir Ollife Leigh And Other Ghosts” è il disco più autentico e personale che ho fatto finora, e pubblicarlo utilizzando il mio nome proprio mi è sembrata la cosa più giusta da fare. Non è stato necessario convincermi per farlo…

“Sir Ollife Leigh And Other Ghosts” presenta un alone atemporale e in qualche misura misterioso; da quali fonti di ispirazione hai attinto per scrivere un album del genere?
Ho pensato al passato, alle persone che ho perso e anche al fatto che sto cominciando a invecchiare. Questi sono stati i temi all’origine del processo di scrittura, per cui ho ricercato un linguaggio musicale che li rispechiasse e volevo che fosse il mio suono personale, unico. Così ho utilizzato vecchi oscillatori, nastri ed ed echi e – cosa più importante di tutte – ho cominciato a suonare con l’archetto qualsiasi strumento a corda, tanto che sul disco ho suonato in questo modo anche il sitar, il dulcimer, il salterio ungherese e la chitarra archtop. Sono tutti strumenti antichi, ma impiegati in maniera non canonica rispetto alla loro tradizione, il che conferisce al loro suono una sensazione familiare ma anche strana, come qualcosa che riconosci ma forse fuori contesto, fuori fuoco. In ogni caso la mia finalità nell’impiegarli era proprio questa!

oliver_cherer_2Oltre a molti strumenti tradizionali, in alcuni lavori l’elettronica ha rivestito un ruolo importante: qal è il tuo rapporto con l’elettronica come “strumento musicale”?
Qualsiasi cosa produca un suono è legittimata a essere uno “strumento”, per quanto mi riguarda. Di recente mi sono trovato a fare musica esclusivamente con oscillatori, filtri e nastri; ne è risultato qualcosa di molto simile a quel che avrei potuto fare con un sintetizzatore e un delay digitale, ma il processo realizzativo mi ha in qualche modo connesso al cuore delle macchine, il che mi ha dato una grande soddisfazione. È qualcosa di molto indefinito e imperfetto, ma apprezzo sempre più quel tipo di imperfezione.

Fai parte dell’ampio “collettivo” di artisti che si è raggruppato intorno a Second Language, l’etichetta diretta tra gli altri da Glen Johnson. Cosa pensi della filosofia dell’etichetta e di questo “collettivo” che in qualche modo condivive un comune approccio artistico?
Second Language è stata fantastica per me. Ho conosciuto tante persone interessanti e ho ricevuto la possibilità e la motivazione per sviluppare quello che faccio a modo mio. Non saprei dire se dietro a ciò vi sia una filosofia ben precisa, ma immagino che sia qualcosa che si innesta sotto la pelle attraverso una sorta di osmosi culturale. Mi sento fortunato e priviligiato di essere incluso nella famiglia di questa magnifica etichetta.

Ora che chiunque può ascoltare quasi tutta la musica esistente attraverso la rete, quale ruolo può rivestire un’etichetta nel mantenere vivo il formato fisico? E, in generale, cosa pensi del modo in cui la musica si diffonde oggi attraverso la rete?
Immagino che un’etichetta come Second Language funga piuttosto da curatore, da punto di contatto attraverso il quale si sa di poter ottenere qualcosa di speciale. Non hai nemmeno bisogno di sapere di che disco si tratti o chi l’ha realizzato, sai già che sarà valido.
La rete a volte può essere completamente travolgente, soprattutto quando sei appassionato di stili musicali diversi. C’è un sacco di roba là fuori! C’è bisogno di incanalare in qualche modo le buone produzioni ed è quello che un’etichetta dovrebbe fare.

Come descriveresti il significato e la finalità – sia personale che artistica – della tua musica?
Desidere soltanto realizzare il disco migliore che posso. L’ho fatto ormai per la maggior parte della mia vita e non ho intenzione di fermarmi, quindi ho bisogno soltanto di sapere – o di credere – che il mio miglior disco debba ancora arrivare.

Infine, dopo un disco così particolare come “Sir Ollife Leigh And Other Ghosts”, cos’altro ci si può aspettare da te in futuro e cosa ti aspetti tu dalla musica?
La mia reazione alle ottime recensioni ricevute dal disco è stata il desiderio di fare qualcosa di completamente differente! Ho un disco di canzoni scritte prima di Oliffe Leigh e rimaste abbandonate, in prevalenza canzoni al pianoforte che adesso sono tentato di rispolverare. Potrebbe essere una cosa abbastanza mainstream… Poi sto scrivendo altra musica sulla falsariga di Oliffe Leigh, del quale forse potrebbe esserci una seconda parte, chissà! Inoltre sono impegnato in varie collaborazioni e mi sto divertendo moltissimo a improvvisare musica nelle gallerie d’arte! Mi sento come trasportato dalla corrente e sono curioso di sapere dove andrò.

(read the interview in English)

http://www.dollboy.co.uk/

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Questa voce è stata pubblicata il 16 luglio 2014 da in interviste con tag , , , , , , , , , .
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