music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: MATTEO UGGERI

Artista di ormai lunga militanza nel panorama indipendente italiano, Matteo Uggeri ne è anche uno degli esponenti più interessanti, per l’ampiezza dei linguaggi coperti dalla sua produzione, sia con gli Sparkle In Grey che solista, oltre che nelle numerose collaborazioni intraprese nel corso degli anni. Seguiamo attraverso le sue parole il filo sottile che lo ha condotto dalla musica industriale al paesaggismo ambientale.

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Nel corso degli anni hai partecipato a tanti diversi progetti ma da dove viene, musicalmente parlando, Matteo Uggeri?
La musica la ascolto sin da quando ero bambino, con mia madre che mi faceva sentire De André e Guccini, Poi gli zii con gli Inti-Illimani prima e le cassettine di U2, Police e Billy Idol dopo. Che tu ci creda o no, in varia misura mi piacciono ancora tutti pure adesso. Però poi ho preso una deriva elettronica-pop con gli anni ’80, Depeche Mode per esempio, che passo passo mi ha portato all’industrial. Come per molti altri, è stato ascoltando i Throbbing Gristle che ho pensato “posso fare musica anche io!”.

Tra i tanti progetti, non si può fare a meno di citare gli Sparkle In Grey: quell’esperienza è nata da un’idea ben precisa oppure le sue numerose mutazioni si sono manifestate volta per volta?
Gli Sparkle in Grey sono un gruppo, ed anche molto stabile. Suoniamo insieme dal 2005, sono ormai dieci anni. Onestamente, non credo siano molti i gruppi di questa piccola nicchia di – diciamo – post-rock sperimentale che hanno una storia così costante a livello di line-up. È un progetto collettivo: ceniamo assieme, suoniamo assieme, creiamo assieme, ci scontriamo assieme, falliamo assieme. E cambiamo continuamente, a volte perché vogliamo prendere una direzione ben precisa, una posizione, in altri casi perché “ci viene così”.

L’ultimo lavoro organico degli Sparkle In Grey è stato “The Calendar”: si può ritenere un approdo stabile della band?
Nessun approdo è stabile per gli Sparkle In Grey, e quello meno di tutti gli altri! Pensa che l’idea di fare un disco acustico è nata dal voler proporre un repertorio da fare live in situazioni meno strutturate, e poi quel disco è l’unico che non suoniamo praticamente mai dal vivo.

Sei un artista abituato alle collaborazioni, ma hai pubblicato anche dischi solisti: cambia qualcosa nel tuo modo di lavorare a seconda dei casi? Quali, tra le tante collaborazioni, ritieni siano state le più stimolanti?
Impossibile dire qual è stata la più stimolante… il mio modo di lavorare cambia ogni volta, ma sostanzialmente si tratta di una partita a scacchi a distanza, con scambi di file, idee, concept, opinioni… A volte devo essere molto cauto con l’interlocutore, in altri casi sono molto a mio agio, si scherza, ci si prender in giro. Dipende molto. In ogni caso io adoro collaborare con gli altri. Credo si noti.

In particolare, com’è nata quella con Matt Shaw, alias Tex La Homa, che ha portato alla realizzazione di “Whale Heart, Whale Heart”?
Noi Sparkle in Grey avevamo i nostri due lunghi brani che, per durata e stile, sembravano giusti per il lato di un 12’’. Così abbiamo proposto ad alcuni musicisti che ci piacevano e che erano affini a quel tipo di suoni piuttosto rilassati di occuparsi dell’altro lato. Dopo due gentili “no” (Balmorhea e Peter Broderick), abbiamo trovato Matt che invece è stato molto entusiasta. In quel periodo è nato suo figlio, e l’immaginario del disco si adattava perfettamente al suo “feeling” di quel periodo. È stato molto bello lavorare con lui. Ora purtroppo ha rallentato molto le pubblicazioni ed ha abbandonato il nome Tex La Homa.

Dall’industrial al paesaggismo ambientale, individui un comune denominatore nella musica che hai realizzato?
Sì, mi pare di sì… anche se preferisco che ce lo trovino gli altri! [chiunque legga può rispondere nei commenti: non è un indovinello, Matteo Uggeri è davvero interessato alla risposta!, n.d.r.]

La tua ricerca sonora ti sta conducendo spesso dalle parti di quel soundscaping che in Italia sta dando luogo a esperienze interessanti quale quella dell’Archivio Italiano Paesaggi Sonori: quali ritieni possano essere le prospettive di questo approccio concettuale alla musica “d’ambiente”?
Difficilissimo dirlo. Dovresti chiederlo a Francesco Giannico o Alessio Ballerini, che sono i fondatori di AIPS. Di certo vedo che noi musicisti italiani siamo dotati di un certo tipo di sensibilità particolare, forse meno “fredda” di quella di altri dello stesso ambito, ma inglesi o comunque stranieri. Non so quanto poi si possa definire “concettuale” questo approccio. Per me lo è relativamente, per altri credo lo sia di più. Ad esempio Pietro Riparbelli, che è un filosofo, da molto spazio a riflessioni extra-musicali. Poi è vero però che anche nel mio caso, o in quello di Enrico Coniglio, che trovo piuttosto affine a me, c’è quasi sempre un fil rouge che guida i nostri lavori, ma magari più che un concept è un sentimento, una categoria di emozioni legata a un momento, un luogo.

Il tuo approccio al soundscaping tende però spesso ad aggiungere ai suoni concreti un impianto strumentale elettro-acustico (penso ad esempio ad “Untitled Winter” o allo stesso “Pagetos“), in una maniera che per certi versi rispecchia la ricchezza di strumenti degli Sparkle In Grey. Come ritieni che questo approccio possa combinarsi con una musica dai prevalenti tratti minimali?
Faccio molti sforzi per mantenere minimale la mia musica. Con gli Sparkle In Grey raramente lo siamo, basti pensare che a volte mi trovo a mixare pezzi con più di 60 tracce. Non lo dico per vanto, è un’onta. Apprezzo molto chi invece sa cogliere nel segno con pochi suoni essenziali, ad esempio – tutt’altro genere – i Neutral Milk Hotel, che con tre strumenti coprono tutto lo spettro. Nella musica che faccio da solo però raramente ci sono pochi suoni: spesso sono tanti ma anziché sovrapporsi si susseguono. “Untitled Winter” è fatto proprio così.

I tuoi lavori che partono da field recording offrono prevalenti sensazioni invernali o crepuscolari, oltre che di un’osmosi interiore con la natura: questo corrisponde a una tua precisa scelta espressiva oppure attraverso quei suoni vorresti comunicare qualcosa di diverso?
Bella domanda. Spesso vorrei che la ma musica fosse percepita come più ‘luminosa’ e calda. Invece tutti ne sottolineano i tratti cupi, invernali, freddi. In realtà il mio primo disco si chiamava ”Un’estate senza pioggia”, un’opera torrida per certi aspetti! Come dici tu, spesso i field recording “offrono prevalenti sensazioni invernali o crepuscolari”, ma non è detto.

Ti va di raccontare qualche particolare delle tue esperienze “sul campo” per la raccolta di suoni e field recording?
Guarda, proprio in riferimento al discorso sopra, in quel disco c’è un field che in sostanza è la voce di una bimba che grida, per due volte, “amore mio! amore mio!”. Quando l’ho beccato ero felicissimo, mi piaceva molto. A volte registrare sul campo è davvero simile al lavoro del fotografo, se hai l’apparecchio acceso al momento giusto puoi catturare cose irripetibili. O anche brutte disavventure, tipo essere buttato fuori da una chiesa. Una vecchietta, anche giustamente indispettita, mi vide girare con le cuffiette nelle orecchie tra le navate, durante la messa. Pensava che mi ascoltassi la radio mentre il prete parlava, in effetti non sembravo molto rispettoso…

matteo_uggeri_2Come avvengono i passaggi successivi alla raccolta dei suoni attraverso i quali pervieni alla creazione dei tuoi brani?
Mi ammazzo di ascolti. Trasferisco tutto sul computer, poi ascolto ogni file in cuffia, gli do un nome, e quando mi metto a fare nuovi pezzi vado a rovistare tra quello che ho nelle cartelle per vedere “cosa ci può star bene”. Per certi aspetti è molto simile a quando giocavo a Lego da bambino. Altre volte invece ho un’idea per un brano e cerco un determinato suono tra quelli che ho già… metto proprio “oche” nel search sul mio hard disk e vedo se tra le mie registrazioni ci sono delle oche, perché magari in un certo pezzo penso che ci stiano bene. In alcuni casi registro ex novo il suono che cerco, ma è più raro (e difficile). In altri lo chiedo perfino anche a qualcun altro… Recentemente mi servivano suoni di barche sull’acqua, ma a Milano è dura. Quindi ho mandato in missione Enrico Coniglio, che sta a Venezia. Mi ha passato roba molto buona.

Esiste una qualche relazione tra i tuoi studi di design e la musica che crei? Quale importanza hanno lo spazio sonoro e le immagini nella tua ispirazione e nel processo creativo?
Senza dubbio sono tutte cose collegate. Devo dire che gli studi che ho fatto mi hanno dato moltissimo, mi piacevano e le loro tracce sono rimaste. Molte volte – anzi, quasi sempre – lavoro contemporaneamente sull’artwork dei dischi e sui suoni. Sono sempre collegati, anche se non sempre uso immagini mie… nel disco con Deison ad esempio sono state fondamentali le foto della sua amica Francesca Mele, davvero bellissime. Cristiano me ne ha passate parecchie ma queste che abbiamo poi scelto erano potentissime, si può dire che il concept l’abbiamo costruito su di esse e da un certo momento in poi abbiamo suonato osservandole.

Quali sono i canali attraverso i quali ti muovi per diffondere le tue produzioni?
Quello delle etichette è un campo durissimo. Credo che se non ci fosse stato Vasco di Old Bicycle, negli ultimi anni avrei magari mollato il colpo. Lui e pochi altri sono tra i label manager seri con cui ho lavorato: Onga di Boring Machines, Loris di Lizard… con altri è stata storia da una botta e via. Mi hanno dimenticato, oppure ho preferito sparire io e cercare altrove. Inoltre spezzo una lancia a favore degli italiani: ho trovato molta più cialtroneria ed inaffidabilità all’estero che qui. Scusa lo sfogo da contro-italiano medio… magari intendevi altro con la domanda. Comunque, quasi in ogni caso, con gli Sparkle In Grey co-produciamo i dischi, nel senso che parte dei soldi li cacciamo noi con Grey Sparkle, poi ci diamo un gran da fare per la promozione coi giornalisti. Grazie per l’intervista, a proposito!

Cosa pensi del modo in cui la musica viaggia oggi attraverso la rete? Lo ritieni utile per un artista indipendente come te?
Utile di sicuro sì, ma anche un po’ dannoso. Posso essere scoperto, ascoltato ed acquistato da qualcuno di Honolulu oggi, mentre negli anni ’90 sarebbe stata dura senza superare una certa soglia di fama. Però al tempo stesso c’è così tanta roba in giro ed è così facile ascoltare musica senza pagarla che… mah… discorso difficile, rischia di diventare avvilente. Nel complesso comunque forse i vantaggi per noi “piccoli” sono maggiori rispetto agli svantaggi. Non credo valga lo stesso per i Low, i Mogwai o altri grandi. Loro dall’avvento della rete ci hanno “smenato” secondo me.

Puoi considerarti ormai un veterano della musica indipendente italiana: ti va di offrircene uno sguardo complessivo, analizzando com’è cambiata da quando hai cominciato a fare musica ad oggi?
Grazie! Mi piace essere considerato un veterano! Però me ne fai di domande difficili… Non so quanto sia cambiata, ma sono felice di constatare che molti degli artisti che si può dire hanno mosso i primi passi contemporaneamente a me stanno ottenendo bei risultati. Penso ad esempio a chi suonò nel 2003 a Superfici Sonore, a Firenze. Eravamo sostanzialmente tutti del giro di iXem, e c’erano persone come Rocchetti, Tricoli, Pilia, che poi sia come 3/4HadBeenEliminated, sia da soli o con altri han fatto una gran carriera. Oppure Andrea Belfi (il suo ultimo disco “Natura Morta” è fantastico!), Luca Sigurtà che sta pubblicando un lavoro per Monotype… Ci conosciamo un po’ tutti, non so se siamo una scena (non credo) ma è bello essere apprezzati.

E cosa pensi del modo in cui viene trattata la tua musica in Italia dalla stampa più o meno specializzata e sulla rete?
Viene trattata spesso molto bene. Però manca qualcosa. Recentemente Paul Lemos dei Controlled Bleeding mi diceva che per lanciare il disco non serviva un cazzo avere 100 recensioni anche entusiastiche su tante piccole testate, ma ci voleva una “key review”. Temo abbia ragione; suona da 40 anni, qualcosa ne capisce… in sostanza se ti mettono in homepage su Pitchfork, ti fanno un’intervistina su Wire o anche – localmente – finisci tra i dischi del mese su Blow Up, fai il così detto salto. Altrimenti serve per la propria autostima. E non è poco, direi! Non lo dico per blandirti, ma le tue recensioni sono frutto di godimento per me!

Infine, cosa ci si più attendere da te in futuro e cosa ti attendi tu dalla musica?
Attendetevi un disco registrato malissimo. Sto portando avanti un progetto molto bizzarro con alcuni cantautori, ti racconterò! Poi altre collaborazioni, vediamo se vanno in porto tutte. Il nuovo disco degli Sparkle In Grey conterrà una tarantella, un samba, musica popolare ucraina ed uzbeca, anche roba nordafricana, che adesso va anche di moda. Ci sarà un senegalese bravissimo che canta. Spero piacerà a qualcuno. Magari a Salvini. Mi aspetto che tutto questo continui a migliorare la mia autostima. Di certo lavorarci mi aiuta tantissimo a non pensare alle cose che mi angosciano nella vita.

http://www.greysparkle.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 20 settembre 2015 da in interviste con tag , , , , , , .
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