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suggestioni musicali a cura di raffaello russo

storie d’artista: EPIC45

EPIC45: Tutte le stagioni della nostalgia

Nel 1999 gli Hood pubblicavano il loro quarto album, secondo della fase “rurale” della band dei fratelli Adams, intitolato “The Cycle Of Days And Seasons”. Le sensazioni contemplative e l’obliqua inquietudine che caratterizzavano quel lavoro e, soprattutto, l’idea stessa di una musica che, distante dai riflettori e dal caos metropolitano, ricerca nella natura e nei suoi ritmi al tempo stesso una fonte di ispirazione e un immaginario da raccontare sono alla base di un’esperienza artistica di durata ormai ventennale, nata dagli esperimenti di registrazione casalinga di due amici di infanzia di una cittadina delle Midlands, poco a nord di Birmingham. Si può solo supporre che Ben Holton e Rob Glover conoscessero e apprezzassero gli Hood quando, nello stesso anno di uscita di quel disco, manifestarono nelle tre tracce dell’Ep “Shorebound”, la prima testimonianza discografica firmata epic45 e finita subito sotto il radar sensibile di John Peel, anche perché in effetti le affini sensazioni stagionali soltanto più tardi sarebbero diventate tratto caratteristico di quello che, piuttosto che una band vera e propria, è diventato un progetto “aperto” gravitante intorno a due ragazzi inglesi come tanti, che si erano trovati a suonare insieme sui banchi di scuola.

L'”epica” – invero davvero minima – della loro storia racconta infatti di una prima esibizione in un concerto scolastico nel 1997, dell’incoraggiamento di un professore e delle registrazioni nella soffitta di una vecchia casa inglese dei primi brani che poi avrebbero costituito l’Ep di debutto. Erano gli anni a cavallo del 2000, anni di ricerca di ibridazioni tra linguaggi musicali e di soluzioni nuove, che trovavano una sorta di sintesi nella definizione-calderone “post-rock”, nella quale anche gli epic45 furono inizialmente ricompresi, probabilmente per il carattere interamente strumentale dei primi brani, oltre che per la stessa difficoltà di inquadrarne altrimenti la proposta. In effetti, tra le prime testimonianze discografiche della band non mancano chitarre prominenti, occasionali progressioni armoniche e persino cadenze ritmiche oblique, ma soprattutto si percepisce già scorrendo la playlist della raccolta digitale “Secrets, Signs And Threats” (2001), – ritrovandovi titoli quali “Late Summer”, “Early Autumn”, “August Passed Away Unnoticed” – la naturale propensione di Holton e Glover a catturare fuggevoli momenti di luce e riferimenti stagionali, rappresentati con sensibilità nelle loro evanescenti transizioni.

Fin da subito, vi è ben poco di definito nella musica degli epic45, il cui primo album vero e proprio, “Reckless Engineers” (2002), non ne individua una collocazione artistica ben precisa. Tra le chitarre effettate, le tastiere dal distante gusto wave e le malinconiche note pianistiche di brani ancora pressoché interamente strumentali, comincia tuttavia a scorgersi quello che sarà poi il vero comune denominatore della loro produzione, ovvero un senso di languore romantico non soltanto connesso a persone e sentimenti ma anche applicato ai ricordi che, come istantanee scattate al volo, un luogo o una sensazione reca con sé. L’iconografia alla quale dà luogo la galleria delle copertine degli album degli epic45 è quanto di più aderente al messaggio veicolato dalla loro musica, sfocata come i riflessi di luce crepuscolare che avvolgono paesaggi naturali dal fascino sottilmente malinconico. Mentre la parentesi dell’album strumentale “Slides” (2004) introduce Ben e Rob – nel frattempo raggiunti da altri due amici, il batterista Mark Oldfield e il tastierista Oli Grocott – nel circuito dell’etichetta Make Mine Music, curata da Scott Sinfield (Portal) e Jon Attwood (yellow6), suoni e immaginario cominciano a convergere in maniera più evidente nel coevo “Against The Pull Of Autumn”. Si tratta di un disco lungo ed estremamente articolato, nel quale scenari post-rock sempre più sognanti scolorano in coltri di riverberi e soffici pulsazioni, tra le quali si affaccia per la prima volta con decisione l’elemento vocale. È senz’altro il primo, sostanziale superamento degli angusti argini del post-rock, da un lato attraverso la ritrovata dimensione armonica di “canzoni”, dall’altro attraverso l’ulteriore dilatazione di risonanze emozionali, come in particolare quelle disseminate lungo i quasi dodici minuti della title track e i circolari effetti chitarristici di “Sculpted By Winter”, che introducono nella musica degli epic45 l’ulteriore ascendenza shoegaze.

È, per certi versi, l’innesco della dimensione “pop” degli epic45, dapprima concretizzatasi nell’Ep “England Fallen Over” (2005) e quindi nel terzo album “May Your Heart Be The Map” (2007). È in questo periodo che la partecipazione al collettivo di artisti gravitanti intorno a Make Mine Music comincia a caratterizzare in senso marcatamente contemplativo e rurale la musica degli epic45, che nel frattempo instaurano una duratura collaborazione reciproca con Anthony Harding e con il suo progetto July Skies. È lui a dare voce ad alcuni dei brani dell’album, la cui copertina frondosa anticipa nuovamente contenuti estremamente sensibili, al mutare della direzione del vento come a quella dei sentimenti. Le nostalgie rurali del predecessore si sciolgono così in ambientazioni ancor più rarefatte e limpide tessiture acustiche, nelle quali convivono in maniera equilibrata le due anime degli epic45: quella ambient-elettronica e quella maggiormente incline a fascinazioni bucoliche serene e al tempo stesso vagamente spettrali. Nel caleidoscopio di note acustiche stillate e soffici riverberi di “May Your Heart Be The Map” si susseguono senza apparenti iati, melodie impalpabili e soffi primaverili dal movimento più pronunciato e avvolgente, arpeggi acustici di sognante lirismo e derive ambientali, culminanti in brani quali Lost In “Failing Light” e “You Are An Annual”, che paiono davvero chiudere il cerchio con gli Hood più dilatati.

Sensazioni pastorali e spleen post-industriale, entrambe osservate attraverso un filtro emozionale e sonoro dalle infinite sfaccettature, costituiscono ormai le due facce della stessa medaglia espressiva sulla quale la band costruisce un immaginario strettamente legato alla countryside britannica, descritta non soltanto nei suoi elementi scenografici ma anche nella sua desolazione. L’insistito richiamo ad elementi atmosferici fa infatti il paio con quello a sconfinate distese agresti ed insediamenti umani più o meno abbandonati nella cartografia sonora della band, che si adatta al paesaggio attraverso un’eterogeneità di registri – anche all’interno della medesima uscita discografica – paragonabile forse soltanto a quella di Piano Magic. È così che Ben e Rob lasciano dapprima affiorare la comune passione per sonorità sintetiche dallo spettrale retaggio wave (nell’Ep “In All The Empty Houses“, 2009, che vede la partecipazione anche di Simon Scott degli Slowdive alla batteria e di Paul Manasseh ai synth) e poi cominciano a dissezionare, valorizzandoli, i singoli elementi costitutivi del lessico della band. Entrambi infatti intraprendono quasi in contemporanea percorsi solisti; mentre Rob Glover ne sviluppa i profili più atmosferici e impalpabili in The Toy Library, prima di dare libero sfogo alle sue passioni eighties in Field Harmonics, Holton rivela delicate doti di scrittura folk in My Autumn Empire, progetto che nel corso di sei album (l’ultimo dei quali, “Oh, Leaking Universe“, uscito pochi mesi fa) assumerà forme molteplici, inclinando in particolare in una direzione pop e di colorata psichedelia.

Non si tratta di vere e proprie deviazioni rispetto al corso principale degli epic45, bensì di tasselli espressivi del tutto complementari con l’esperienza della band. È pur vero tuttavia che, in coincidenza con l’avvio delle parallele attività dei suoi due protagonisti, la produzione propria della band subisce un netto rallentamento, tanto che, ad eccezione di un breve Ep per la francese Monopsone nel 2012 (ripubblicato in versione ampliata due anni più tardi), l’ultima testimonianza della band prima del suo ritorno odierno risale al 2011. Ed è un piccolo gioiello di languori bucolici che risponde al titolo di “Weathering“, nel quale il peculiare mood degli epic45 ha trovato perfetta sintesi in canzoni dalle melodie sospese, inscritte in una cornice che alterna densi vapori ambientali e riverberi romantici, field recordings e inserti cameristici, anche grazie ai contributi di collaboratori d’eccezione, quali Richard Adams (Hood, The Declining Winter) e Sarah Kemp (Brave Timbers), oltre all’amico Anthony Harding.

Proprio in questo essere sempre mutevole – come appunto il succedersi delle stagioni – e sfuggente a categorie stilistiche, risiede il fascino unico della musica degli epic45, che il recente ritorno di “Through Broken Summer” ha finalmente permesso di ritrovare, nella sua intatta capacità di rideclinare senza sosta linguaggi acustici e ambientali, nostalgie pop e parabole del post-rock più sognante, abbracciandoli con uno sguardo sensibile, che si rispecchia nei paesaggi placidi e nella latente inquietudine di una countryside della quale continua a cogliere magie.

(pubblicato su Rockerilla, n. 458, ottobre 2018)

http://www.epic45.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 9 dicembre 2018 da in storie d'artista con tag , , , , , , , , , .
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