rearview mirror: 2020

Mai come in quest’occasione la stessa fonte artistica ispiratrice del nome di questo piccolo spazio disperso tra i flutti della rete è anche perfettamente adatta a riassumere l’anno appena concluso: “The End Of A Dark, Tired Year” vale sia per gli aspetti più propriamente musicali, sia per buona parte di quelli personali di chi con sempre maggiore fatica cura ancora queste pagine, sia – soprattutto – per tutto quanto ha coinvolto e radicalmente mutato le esistenze di tutti.

Per precisa scelta, nel parlare dei dischi usciti nel corso dell’anno appena concluso, si è cercato di lasciare fuori l’argomento inevitabile, che ha sicuramente condizionato ascolti, sensibilità e propensione stessa alla creazione artistica, ma che proprio per questo si è ritenuto opportuno evitare di rimarcare, almeno per ritagliare quegli spazi di libertà mentale dall’opprimente realtà circostante che se non altro la musica ha il pregio di poter ancora recare con sé. È vero, c’è stata tanta produzione musicale “da lockdown”, così come concerti a distanza e una varietà di tentativi di tener viva (nel vero senso della parola) la possibilità stessa dei musicisti di continuare a creare e distribuire la propria musica come almeno parziale veicolo di sussistenza; la musica in qualche modo ispirata dalla realtà vissuta in tutte le parti del mondo negli ultimi mesi ci accompagnerà senz’altro a lungo, tuttavia anche da questo punto di vista si è volutamente evitato di calcare troppo l’accento su modalità di scrittura e registrazione ostentatamente “casalinghe”, posto che abitualmente su queste pagine non sono mai mancate produzioni realizzate tra le mura domestiche, per scelta estetica o per mancanza di opzioni più professionali.

Per lo stesso motivo, negli ultimi mesi e in quelli a venire, si cercherà di privilegiare lavori dai contenuti narrativi più immediatamente intellegibili e dunque meno “concettuali”. Nell’evidente impossibilità di trattare ”tutto”, ma anche soltanto “tutto quello che si vorrebbe” (con tante scuse a chi con cadenza quotidiana propone e promuove i propri dischi), l’attenzione sarà rivolta in particolare ai lavori che abbiano autenticamente colpito, che anche nella sterminata mole di musica in circolazione finiscono per emergere. La quantità, come peraltro già da qualche tempo, potrà andare ulteriormente in calando, rendendo tuttavia questo “luogo” uno specchio quanto più possibile fedele delle poche e (più o meno) determinate nicchie artistiche seguite.

Tra pochi mesi comincerà il decimo anno di attività autonoma di Music Won’t Save You – che con l’occasione si presenta da oggi con una veste grafica rinnovata – ed è persino ridondante sottolineare come in questo periodo siano mutate non soltanto le modalità di fruizione della musica ma anche quelle attraverso le quali avviene il discorso musicale in rete, evidentemente spostatosi dai blog/webzine alle playlist o alle semplici segnalazioni prive di commento. In questo senso, Music Won’t Save You continuerà deliberatamente ad andare controcorrente (forse a essere “fuori tempo massimo”…), non rinunciando a offrire un minimo di informazioni e di “chiavi di ascolto” dei dischi trattati, seppure accanto a contenuti streaming e video, da riservare in particolare ad anticipazioni di uscite, singoli o a “biglietti da visita” di artisti meno noti.

Ciò detto, anche il consueto riepilogo dell’anno appena trascorso questa volta intende essere più snello rispetto agli ultimi anni, nella consapevolezza che un elenco di nomi a valanga non sarebbe poi più facilmente leggibile – né tanto meno più utile – dello stanco rituale delle classifiche. Nella parte di articolo che segue, le citazioni saranno limitate a trenta dischi che sono rimasti impressi e che, per un motivo o per l’altro, hanno caratterizzato un’annata dura e difficile, sotto ogni punto di vista.

Anche se per certi versi sorprendente, non è forse un caso che più di uno dei dischi del 2020 che hanno maggiormente impressionato non siano incasellabili in maniera univoca nelle categorie trattate in maniera più ricorrenti su queste pagine, ma sia il frutto di ibridazioni stilistiche e combinazioni in alcuni casi anche ambiziose.

Il discorso vale, su tutti, per il curioso incontro tra il produttore Christopher Dexter Greenspan (oOoOO) e la vocalist Asia (alias Islamiq Grrrls), che ha dato luogo al duo Drab City, il cui debutto “Good Songs For Bad People” è un’ibridazione straniante e quasi schizofrenica tra oriente e occidente, un frullatore di dream-pop e ritmi funk, jazz e trip-hop, frammenti acustici ed elettronici e tanto altro ancora, che non smarrisce mai il senso della melodia grazie alle interpretazioni di Asia e ai suoi mille, imprevedibili travestimenti.

Immediatamente a seguire, un altro debutto, quello tardivo dell’attrice Keeley Forsyth, che in “Debris” ha confezionato una sequenza di canzoni dense di inquieto lirismo, e un ritorno – letteralmente – da un altro tempo, quello del sotterraneo duo tedesco Montevale che con “Figure And Ground” ha pubblicato il proprio secondo album in quasi vent’anni di attività, all’insegna di tempi rallentati e di atmosfere delicatamente cariche di pathos.

Un filo conduttore obliquo, mutevole e difficilmente classificabile unisce anche altri lavori meritevoli di citazione, quali in particolare il secondo, imprevisto, album del terzetto Loma (“Don’t Shy Away”), con una Emily Cross più intensa e versatile che mai. Lo stesso dicasi del bilanciamento tra esili drone, texture elettroniche e armonie vocali di Ana Roxanne (“Because Of A Flower”) e di quello tra classicismo e modernità “pop” del duo LEYA (“Flood Dream”), nonché delle malinconiche segmentazioni elettro-acustiche di Microwolf (“My Cauliflower Ears”) e delle vivide rideclinazioni ambientali di Claire Deak & Tony Dupé (“The Old Capital”), che rideclinano gli intarsi elettro-acustici e la composizione ambientale in maniera.

La piacevole sorpresa di poter annoverare tra le uscite più apprezzate dell’anno nomi nuovi e linguaggi sonori inusuali va di pari passo con le gradite conferme di artisti dai caratteri definiti che, ciascuno nei propri ambiti, possono considerarsi a pieno titolo delle certezze; da Julianna Barwick (“Healing Is A Miracle”) ai Revolutionary Army Of The Infant Jesus (“Songs Of Yearning”), da Mute Forest (“Riderstorm”) agli epic45, che nel corso dell’anno hanno pubblicato ben due dischi, mettendo in evidenza dapprima il loro lato più ambientale e poi non scontate fascinazioni eighties (“Cropping The Aftermath”).

Certezze inossidabili, in chiave più propriamente pop, sono altrettanto provenute dagli Innocence Mission, con il delicatissimo “See You Tomorrow” e dal gradito ritorno di Plantman, le agrodolci pennellate melodiche del cui recente “Days Of The Rocks” si abbinano alla perfezione con quelle del nuova veste solista da cantautore pop senza tempo di Chris Jack (“Miles To Go”).

In tema d’autore, è stata nuovamente un’annata ricca di spunti, anche in questo caso non sempre del tutto nel solco della tradizione. È il caso in particolare di Mat Davidson (alias Twain) e del riflessivo songwriting del suo “Days Of Effort And Ease” e ancor di più della non convenzionale combinazione di sensibilità e lirismo di Douglas Dare (“Milkteeth”). Molto classici, ma estremamente vivi e attuali si sono rivelati due debutti di classe purissima, quali quelli di Sam Burton (“I Can Go With You”) e del pur già navigato Mr. Alec Bowman (“I Used To Be Sad & Then I Forgot”), mentre meritano una segnalazione le interessanti deviazioni in minimale chiave chamber-folk di Mali Mali (“I Was Told To Keep An Eye Out”) e di intimismo slow-core di Rapt (“None Of This Will Matter”).

Come capita ormai quasi sempre negli ultimi anni, è in particolare dalla metà femminile dell’universo cantautorale che provengono proposte che catturano l’interesse per personalità e doti poetiche, non circoscrivibili al solo folk. In questo hanno tuttavia indubbiamente radici Brigid Mae Power, che in “Head Above The Water” ha condensato qualcosa più di un semplice “album della maturità”, e Lisa/Liza, confermatasi per la terza volta interprete di incantevole sensibilità in “Shelter Of A Song”. L’evoluzione di quel lessico in chiave cameristico-psichedelica ha dato invece luogo al brillante debutto sulla lunga distanza di Lila Tristram (“Our Friends”), mentre il suo ripiegamento intimista ha rivelato la delicatezza di Jess Awh, alias Bats, in “There’s A River Up High”. Verso orizzonti diversi e più ampi hanno invece condotto le esplorazioni folk-troniche di Marla Hansen, tornata alla produzione discografica dopo ben dodici anni con “Dust”, e il sognante drone-pop di Melinda Bronstein, insieme a Matt Ashton di The Leaf Library nel duo Sea Glass, al debutto con “Shifts”.

Infine, anche per l’ampio panorama della composizione contemporanea è stato un anno nel quale si sono manifestate intriganti combinazioni, che hanno trasceso ampiamente il minimalismo e le semplici intersezioni tra pianoforte ed elettronica. Si percepisce con evidenza il desiderio di andare oltre schemi ormai consolidati, tanto nel dinamismo orchestrale di Angèle David-Guillou (“A Question Of Angles”) quanto nel nostalgico tocco filmico di David Boulter dei Tindersticks, per la prima volta in veste solista in “Yarmouth”, mentre anche la più consueta piano ambience si è rivestita di toccante intensità nel dialogo di Glacis e Gavin Miller in “Nothing Hurts Forever”.

Insomma, pur in assenza di uno o più dischi caratterizzanti in maniera netta l’annata (del resto fisiologicamente sempre più rari), il 2020 lascia in eredità una nutrita manciata di dischi da ricordare e, nonostante tutte le considerazioni svolte in premessa, si tratta in numerosi casi di debutti e comunque di proposte capaci di rimescolare tessere espressive definite. Tutto ciò fa dunque per sperare per il nuovo anno e, in fondo, anche per la continuità di esistenza di queste pagine, pur con tutti i limiti e le difficoltà.

Anche per l’anno appena iniziato… l’augurio che possa essere foriero di buoni ascolti, e – mai come questa volta – pure molto di più!

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Enri1968 ha detto:

    Grazie ! Auguroni!

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