music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

rearview mirror: 2014

2014All’alba di un nuovo anno, si è ormai compiuto praticamente dappertutto lo stanco rituale delle classifiche riguardanti quello appena concluso. Nel 2014 come forse non mai, il rituale è iniziato presto, già nel mese di novembre per le riviste cartacee in uscita a dicembre e fin dalle prime settimane dell’ultimo mese dell’anno per numerosi siti web, quasi che la mole sterminata di dischi pubblicati nell’anno solare richiedesse, di contro, di dover tirare prematuramente le somme di un periodo che invece anche in questo momento si presterà a nuove scoperte tardive.
Poiché è noto come da queste parti si aborrisca l’idea stessa della classifica, strumento ormai sempre più anacronistico, Music Won’t Save You arriva buon ultimo, con la serenità distaccata di chi non si affanna a stilare classifiche né tanto meno ad essere primo nel farlo.

Prima dell’ormai consueto riassunto discorsivo (e inevitabilmente provvisorio) dell’anno appena trascorso, si impone una breve considerazione sulla strana “congiuntura” per cui i bilanci di fine anno di gran parte delle testate propriamente dette presentino almeno un paio di denominatori ricorrenti: da un lato una certa convergenza su un numero ristretto di nomi, che appare quanto meno strana nell’attuale mercato discografico (come se a monte vi fosse una volontà di affermazione di un limitato orizzonte produttivo), dall’altro l’inevitabile eterogeneità contenutistica dei nomi elencati, senz’altro rispondente alla realtà creativa del periodo e tuttavia disorientante per chiunque non sia animato da logiche meramente ricognitive bensì voglia proseguire nella ricerca di musica affine alla propria sensibilità. Quello dai più ostentato quale elemento di ricchezza o apertura mentale (di chi, poi? magari di un’entità collettiva astratta formata da trenta o più persone…) è piuttosto indice di dispersione, implicita dimostrazione della stessa inutilità dell’esercizio delle classifiche. Come altro infatti definire se non inutile la presenza quasi necessaria nelle playlist annuali di testate più o meno “indie” del disco hip hop, techno o d’avanguardia, o addirittura dello sdoganamento mainstream di turno? Quale utilità potranno avere per chi predilige essere guidato dalle proprie sensazioni piuttosto che da un peraltro utopistico desiderio di completismo?

Pur rispettando anche quest’ultima categoria di ascoltatori, da queste parti si continua a seguire una logica ben meno ambiziosa, scevra dalla presunzione di coprire tutto lo scibile musicale ma animata dalla volontà di offrire un piccolo quadro riassuntivo settoriale – a sua volta non certo completo – a chi si interessa in particolare degli ambiti seguiti nel corso dell’anno attraverso oltre cinquecento recensioni di dischi del 2014, oltre a interviste, articoli e nuove rubriche quali il “disco della settimana”, istituzionalizzato da agosto, e i recenti spazi dedicati a video e streaming, ancora in fase embrionale.

Niente St. Vincent e War On Drugs, dunque, né Horrors e Temples, nel riassunto che segue ma soltanto una raccolta delle suggestioni più intense tra quelle che hanno popolato questo luogo negli ultimi dodici mesi, una rapida carrellata, non animata da altro intento se non quello di offrire una selezione di ulteriori spunti a chi vorrà approfondire attraverso la lettura e, soprattutto, il piacere dell’ascolto.

A voler ricercare a tutti i costi un tratto predominante nella percezione musicale che ha caratterizzato questo luogo nel 2014, lo si potrebbe identificare nell’applicazione di un ampio respiro orchestrale a opere dalla prevalente, ma christina_vantzou_no_2non esclusiva, natura ambientale. Tre dischi su tutti presentano tale elemento di fondo, benché sviluppato in maniera tra loro diversa: l’abbagliante “No. 2” di Christina Vantzou, che abbraccia materiale e immaginario attraverso armonie reali e modulazioni digitali, con il supporto dietro le quinte di Adam Wiltzie e quello in primo piano della Magik*Magik Orchestra. Il collettivo guidato da Minna Choi è protagonista anche di “In Roses”, seconda opera di Christopher Barnes a nome Gem Club, raro gioiello di classe e sentimento, che unisce intense ballate al pianoforte e struggenti evocazioni strumentali. Curiosamente, un sottile filo unisce anche la terza eccellenza annuale che merita immediata segnalazione, la maestosa ambient-opera “Atomos”, che segna la continuazione sulla base di premesse ben più ariose e toccanti della collaborazione tra lo stesso Adam Wiltzie e Dustin O’Halloran, sotto la denominazione A Winged Victory For The Sullen.

aldous_hardingSe il 2013 era stato caratterizzato da una forte presenza femminile, anche il 2014 non ha mancato di regalare un paio di debutti di cantautrici dalla classe cristallina e dalle modalità espressive davvero particolari, a cominciare dalla difficile scelta della canadese Myriam Gendron di misurarsi, introiettandoli, con i versi di Dorothy Parker (“Not So Deep As A Well”) e dalla prima manifestazione, dal nulla degli antipodi, della sfaccettata personalità della neozelandese Aldous Harding, voce folk di valore assoluto che sta cominciando a farsi apprezzare anche in Europa grazie a una distribuzione tardiva ma decisamente opportuna.

A seguire, tra gli altri lavori più coinvolgenti dell’annata, la conferma della collaborazione tra Thomas Meluch e Rafael Anton Irisarri in Orcas, che hanno rivestito di omaggi shoegaze e di una stralunata vena pop il caleidoscopio lawrence_english_wilderness_of_mirrorssonoro di “Yearling”, la monumentale osmosi tra ambient e rumore conseguita da Lawrence English in “Wilderness Of Mirrors” e una Liz Harris mai così notturna e minimale sul pianoforte di “Ruins”. E ancora, l’immutata capacità di Fraser McGowan di toccare le corde più profonde dell’animo in “My Family Goes On Without Me”, il folk spettrale e antico condensato da Oliver Cherer nello splendido “Sir Ollife Leigh And Other Ghosts”, uscita di punta dell’annata dell’etichetta Second Language insieme all’album della seconda giovinezza di Mark Fry (“South Wind, Clear Sky”), protagonista di una sparizione discografica durata decenni, al pari di quella Vashti Bunyan che in “Heartleap” ha inteso racchiudere il proprio testamento artistico.

pale_lights_before_there_were_picturesCercando di riassumere le altre uscite più coinvolgenti per area tematica, l’immarcescibile indie-pop ha continuato a colpire nel segno in particolare grazie ai newyorkesi Pale Lights e al progetto anglo-francese Artgruppe formato da Roy Thirlwall e Michelle Bappoo, mentre non può certo passare inosservata ai cultori dell’eredità della Sarah Records la nuova band che annovera al suo interno Beth Arzy dei Trembling Blue Stars, The Luxembourg Signal.
Virati invece su un crinale sognante o psichedelico sono invece stati il debutto della nuova creatura di Simon Raymonde (Snowbird), il secondo capitolo della collaborazione che vede per protagonista l’altra metà degli Stars Of The Lid (Bell Gardens) e il brillante retro-futurismo di The Happy Couple.

Tra i cantautori, oltre alle conferme assicurate di James YorkstonKing Creosote e Adrian Crowley, oltre che del sempiterno Mark Kozelek (“improvvisamente” tornato all’attenzione di tanti con il suo ennesimo album “Benji”) , non sono mancate prove di grande sensibilità espressiva, fondate su chitarra e voce oppure frutto di una ricerca di soluzioni più ned_robertsarticolate: tra le prime possono ricordarsi i dischi di Ned Roberts e River Crombie, tra le seconde l’intimismo umbratile di Puzzle Muteson e Barzin, le vaporose ambientazioni di Owls Of The Swamp, i colorati puzzle di Dylan Shearer, l’oscuro drone-folk di Black Walls e la matura ricercatezza pop del giovanissimo Luke Saxton.

L’altra metà del cielo ha nuovamente proposto una straordinaria varietà di declinazioni cantautorali, tra artiste in grande maturazione (Tiny Ruins, Mirel Wagner, Ezza Rose, Angel Olsen) e stimolanti variazioni, che vanno dalla sognante raffinatezza di Broken Twin al folk polveroso di Itasca, dalla complessità di linguaggi di Weyes Blood all’ammaliante freschezza di Jenny Lysander.

luluc_passerbyUn breve capitolo a sé meritano i pochi ma preziosi saggi di delicata lentezza incentrati su tempi sfumati e intrecci tra voci poco più che sussurrate: la proiezione su più vasta scala degli australiani Luluc grazie alla pubblicazione del loro secondo disco da parte di Sub Pop, le confessioni in penombra del duo da cameretta autoprodotto The Vale, il riuscito incontro tra Chantal Acda e Chris Eckman in Distance, Light & Sky e soprattutto la scoperta di una piccolissima realtà inglese, denominata Red Trees, che ha pubblicato quattro deliziosi Ep di canzoni scritte come su un diario nel corso delle stagioni dell’anno, saggi di delicatezza e sensibilità senza pari.

kevin_verwijmeren_its_the_colour_of_a_cloud_covered_skyOltre alle punte di diamante citate in precedenza, negli sterminati territori tra neoclassicismo e ambient-drone vanno sono segnalati, oltre ai lavori di due maestri riconosciuti dell’ambito, Loscil (“Sea Island”) e Marsen Jules (“Beautyfear”), la sublimazione orchestrale del violoncello di Aaron Martin in “Comet’s Coma” e il debutto ambientale più avvincente dell’anno, firmato dall’olandese Kevin Verwijmeren. Mentre il suo connazionale Rutger Zuydervelt ha segnato con “Stillness Soundtrack” uno dei tasselli più affascinanti della sua sterminata discografia, le sperimentazioni drone hanno trovato nell’Iran la loro ultima frontiera, come dimostrano in particolare le tante produzioni annuali di Porya Hatami e la splendida ultima creazione di Siavash Amini.

francesco_giannico_metrophonyI linguaggi sperimentali elettro-acustici e ambientali hanno continuato a diffondersi sempre più con produzioni di valore nel nostro Paese, che ormai annovera un discreto novero di artisti riconosciuti e apprezzati su scala internazionale, come dimostra la platea di etichette che ne hanno pubblicato i lavori più recenti: tra i tanti, Francesco Giannico, Giulio Aldinucci, Stefano Guzzetti, Federico Albanese, Matteo Uggeri, Perry Frank, il duo Sentimental Machines e la collaborazione tra Xu e Rooms Delayed in “Seaweeds”.
È stato anche l’anno della consacrazione di interpreti italiani del minimalismo pianistico, con in testa Fabrizio Paterlini, del ritorno degli Sparkle In Grey e delle delizie di cantautorato pop di Morning Tea, tutti protagonisti di proposte interessanti che ben poco hanno a che vedere con le asfittiche dinamiche del circuito indipendente nazionale che va per la maggiore.

lutine_white_flowersInfine, anche quest’anno, un piccolo riepilogo di proposte autenticamente caratterizzanti l’orgogliosa autonomia di Music Won’t Save You, quelle di dischi e artisti dei quali difficilmente si legge in altri luoghi. Oltre ad alcuni tra quelli già citati, si può pensare a Lutine, Machinone, Adna, Sea Oleena, Edwina & Deko, RedversJulius Way, The Understudies, Il Tempo Gigante, Psalmships, Tiger Dare, Julie Byrne, The Weary BandAnthony Atkinsons, Trotting Bear, 30km Inland, John Mark NelsonSam Reynolds, Graveyard Tapes, Tomo Nakayama e tanti altri ancora, che costituiscono il frutto di una ricerca musicale quotidiana, il cui fine ultimo è solo la condivisione della scoperta e che la stessa possa risultare utile anche solo a un lettore, casuale o meno che sia.

Con tutti i limiti derivanti dalla gestione solitaria, anche nel nuovo anno non muterà la missione la missione di questo “luogo”, piccolo ma in crescita, con la promessa di renderlo sempre più attento e fruibile da parte di non è alla ricerca di massimi sistemi, ma “solo” di belle sensazioni in musica.

Buon 2015!

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