music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

rearview mirror: 2017

Per la sesta volta dall’esistenza di Music Won’t Save You, è il momento della consuetudine riepilogativa di un’annata musicale, ancora una volta aliena da pratiche compilative e di fatto aperta a quanto, realizzato nel corso dell’anno nel mare magnum della produzione discografica, potrà essere scoperto in futuro.
Con ancor maggiore evidenza rispetto al recente passato, la composita varietà di offerta musicale e la sua accessibilità hanno trasformato al tempo stesso la modalità di fruizione della musica e quella di raccontarla, inevitabilmente e con ogni probabilità in maniera irreversibile. Non solo infatti, “la più immateriale delle arti” viaggia ormai svincolata dalla dimensione fisica, ma la sconfinatezza della musica a disposizione induce anche i vecchi appassionati ad aggiornare le proprie pratiche di ascolto, proposta e analisi. Sotto il primo profilo, l’affermazione dello streaming ha chiuso il cerchio della stagione digitale iniziata con i download illegali, assicurando attraverso il crisma della legalità una disponibilità di ascolti sterminata, che rappresenta il vero e proprio punto di contatto tra queste due facce della rivoluzione digitale. Infatti qui subentra la considerazione di come all’immaterialità del mezzo corrisponda il superamento del formato di fruizione, che comincia a condizionare anche quello di produzione. Si tratta in sintesi di un diverso tipo di rivoluzione, più graduale e silente della prima, ma dall’impatto potenzialmente ancor più decisivo, visto che appare indirizzato verso un vero e proprio superamento del formato dell’album.

Se in passato le playlist costituivano quasi un’arte appannaggio di pochi appassionati incalliti (inevitabile pensare al Rob Fleming magistralmente creato da Nick Hornby in “Alta Fedeltà”), adesso rappresentano il modo d’ascolto liquido per eccellenza, senz’altro meno impegnativo rispetto a un album organico. Con gli strumenti attuali, tutti sono in grado di crearle, anche in maniera random sui propri dispositivi, e capita sempre più spesso che gli stessi artisti si cimentino nella pratica e ne diffondano i risultati attraverso i propri canali social. Così, persino in ambiti espressivi diversi dalla musica pop, i “singoli” in formato digitale – come tali o intesi solo come brani isolati – hanno non solo riacquisito autonoma dignità ma anzi si sono trasformati in un veicolo di diffusione della fama e dei pur spesso limitati guadagni degli artisti. È come se la risposta alla bulimia musicale, quella tante volte additata quale causa di superficialità d’ascolto, si sia rapidamente trasformata in parcellizzazione dell’offerta, per cui conti molto di più essere in grado di colpire al primo impatto nell’alveo di una playlist o in un ascolto random. Adesso che le “seconde possibilità” da parte dell’ascoltatore sono merce sempre più rara, anche molti artisti stanno acquisendo questa consapevolezza; e benché non sia dato sapere quale sarà il prossimo stadio di sviluppo, non si può escludere che, un domani prossimo, anche chi tratta la musica nelle sue varie forme si troverà a raccontare di tracce sparse e playlist.

Proprio per queste considerazioni, la proposta “outsider” di Music Won’t Save You proseguirà nel 2018 i mutamenti già introdotti nel corso degli scorsi anni: da un lato, più segnalazioni di tracce e “singoli”, supportate da informazioni di base che permettano di far apprezzare la musica in sé, a prescindere dal contesto nel quale un brano sia o meno collocato; dall’altro, trattazioni di dischi quanto più possibile agili e sintetiche, con l’eccezione dei “dischi della settimana” e di pochi altri necessitino approfondimento tematico, nella consapevolezza che nell’attuale modo di fruizione della musica l’”arte della recensione” rischi sempre più spesso di diventare esercizio allo specchio di chi scrive piuttosto che effettivo veicolo di scoperta, per la quale per fortuna continuano a essere sufficienti cuore e orecchie.

Tanto premesso, non ci si può sottrarre quanto meno a degli appunti tematici sull’annata appena trascorsa, annata fortemente caratterizzata dalla ciclicità tematica di tanti inizi, commiati e ritorni. Su questo sottile filo, due lavori in particolare si sottraggono come pochi altri alla banalità dei rituali compilativi, per forza simbolica ed espressiva. Entrambi hanno a che fare con la fine.

Non poteva mancare, infatti, un fremito d’emozione di fronte all’album che chiude la ventennale attività di Piano Magic: “Closure” lo fa nello stile schivo e autoironico che da sempre ne ha contraddistinto il “deus ex machina” Glen Johnson e, al contempo, rispecchiandone la personalità composita, in grado di abbracciare wave, rock spettrale ed elettronica con malinconia e humour tipicamente inglesi, ma anche con una profondità poetica e con una capacità di parlare a cuore aperto, che nelle otto canzoni di “Closure” trovano manifestazione eccelsa.

Commosso e profondamente umano è stato invece l’addio di Phil Elverum alla moglie Geneviève Castrée, sublimato senza filtro alcuno nelle canzoni di “A Crow Looked At Me”, a volte talmente strazianti da indurre alle lacrime, costringendo a interromperne l’ascolto, ma tali da trasformare senza alcuna retorica il dolore in qualcosa di universale e umano, qualcosa come una dichiarazione d’amore immortale.

Accanto a questi due album decisamente “oltre”, si colloca la ben più lieve gioia del ritorno dopo sette anni dei Clientele di Alasdair MacLean, che in “Music For The Age Of Miracles” hanno rinnovato il piccolo grande miracolo del loro pop dai contorni uggiosi, dalle melodie cristalline e dagli arrangiamenti d’archi e fiati, nell’occasione curati da Anthony Harmer, in un album che rappresenta la perfetta sintesi dell’evoluzione estetica della band inglese nel corso degli anni.

A seguire, l’impressionante debutto picking e voce di Raoul Vignal (“The Silver Veil”), il graditissimo e sorprendente ritorno alla musica di Rick Alverson, in Lean Year accanto alla moglie Emilie Rex, la consapevole evoluzione a compositrice a tutto tondo di Angèle David-Guillou (“En Mouvement”), i racconti dal gusto letterario e fantastico di un David Bramwell ispirato come non mai con i suoi Oddfellow’s Casino (“Oh, Sealand”), l’ambience acustica di The Green Kingdom (“The North Wind And The Sun”) e il riuscitissimo esperimento tra musica e poesia, tra canzoni e atmosfera, che ha unito Sara Forslund, David Åhlén e Larus Sigurðsson (“Poems Of Despair”).

Tra i ritorni, su tutti quelli degli Slowdive e dei Sodastream, due pezzi di cuore ritrovati in forma smagliante, come se il tempo non fosse trascorso, ben oltre la sola nostalgia.
Annata in chiaroscuro per l’indie-pop, che comunque non ha mancato di regalare conferme e piacevoli novità. Tra queste ultime spiccano senz’altro i Dark Globes, che accanto a nomi quali Pale Spectres, Skittle Alley, The Arctic Flow, Pale Lights e Star Tropics infoltiscono le nuove leve che rinnovano un lessico senza tempo, accanto a veterani dalle idee e dalle sembianze mutevoli, ancora in grandissima forma come The Luxembourg Signal. Menzioni ulteriori per la maturazione pop del progetto Proper Ornaments, per le sognanti narcolessie di A Thousand Hours, per l’ibridazione tra tradizione, melodie e suoni americani dei Colorama e per quella tra oriente e occidente di Spirit Fest.

Ancora una volta, il 2017 ha regalato una grande varietà di voci femminili, in campi non più circoscritti al classico folk, ambito nel quale non sono comunque mancate proposte pregevoli. This It The Kit, Sumie, Emma Gatrill, Nadia Reid, Julie Byrne, Siv Jakobsen, Joan Shelley hanno contribuito con le loro voci e le loro personalità al rinnovamento di un lessico inesauribile, che in Hand Habits, A Lilac Decline e Dana Gavanski ha trovato nuove interpreti dalle sfumature ora delicatamente indie ora classicamente polverose. Accanto a loro, continua a impressionare il profilo sempre più sorprendente di Aldous Harding e la fragilità combinata a ricerca sonora di Chantal Acda. Tra veterane per nulla scalfite dal tempo (Shannon Wright, Tara Jane O’Neil) ed esordienti dal carattere deciso (Elle Mary & The Bad Men), una propria nicchia se la sono ricavata artiste dall’attitudine più intimista quali Emily Sprague (Florist) e dispensatrici di carezze sognanti (Lotte Kestner, Anna Tivel, Brenda Xu), spesso di provenienza nordica (Sóley, JFDR, Lau Nau).

Non meno ricca la metà cantautorale del cielo, che ha visto in particolare il connubio di Sam Genders con la poetessa novantenne Dorothy Trogdon nel suo splendido ultimo disco a nome Diagrams. Non meno poetica la rappresentazione a più voci di Oliver Cherer (“The Myth Of Violet Meek”) né l’atteso debutto sulla lunga distanza di Charlie Cunningham e la nuova prova di Iron & Wine, che ha visto Sam Beam tornare all’essenzialità del suo primo scorcio di carriera. Valide conferme sono provenute dai vari Monk Parker, Garciaphone, The Last Dinosaur, David Allred (quest’ultimo anche in tandem con Peter Broderick), mentre non è stata certo soltanto l’egida di Sufjan Stevens ad aver attirato attenzioni sul brillante debutto di Angelo De Augustine. Tra gli album cantautorali più intensi dell’anno spiccano poi senz’altro le due splendide prove tra crooning e orchestra di Adrian Crowley e di Dan Michaelson, ricchi di essenze vellutate distillate dal tempo.

In ambito neoclassico si è assistito a una sostanziale inversione di tendenza rispetto al minimalismo, che pure sopravvive nella delicatezza del tocco pianistico dei vari Ian Hawgood, Bruno Sanfilippo, Sonmi451, Dmitry Evgrafov e Daigo Hanada. Avvicinato il grado zero di note risuonanti in uno spazio ovattato, numerosi artisti hanno infatti cominciato ad ampliare i propri orizzonti compositivi e strumentali, intersecando piani espressivi come hanno fatto From The Mouth Of The Sun, Astrïd & Rachel Grimes, Hior Chronik, Jason Van Wyk e gli stessi Hammock, autori di un’elegiaca sinfonia per archi.

L’elettro-acustica ambientale ha nuovamente offerto spunti stimolanti, soprattutto dal punto di vista della commistione tra linguaggi, che hanno portato ad esempio un maestro come Taylor Deupree a rinunciare del tutto a supporti elettronici e manipolazioni di suoni acusmatici. Accanto ai vari Adrian Lane, Monolyth & Cobalt, Federico Durand, Isnaj Dui e Toàn, particolarmente interessanti sono stati i saggi di ambience acustica pennellati sulle corde della chitarra da Yadayn, Seabuckthorn, Slow Heart Music e Max Ananyev, oltre ai ricami folk di Memory Drawings. Mentre le eccellenze dell’ambient music più pura, aperta a venature orchestrali, hanno recato le firme di High Plains, Slow Meadow, Sven Laux, Alaskan Tapes, Havenaire, Balmorhea e Benoît Pioulard.

L’idea stessa della sperimentazione applicata al suono ha continuato a evolversi dalle sole modulazioni droniche (Rafael Anton Irisarri, Lawrence English, Jefre Cantu-Ledesma, Tegh) e dall’ecologia sonora (Monty Adkins) a qualcosa di più articolato, che non espunge dal proprio orizzonte strumenti acustici, canzoni e melodie. Sfuggenti a categorizzazioni e definizioni, album come quelli di Sylvain Chauveau, 9T Antiope, Vargkvint, Jacaszek, Aidan Baker & Claire Brentnall e My Home, Sinking proiettano il connubio tra sperimentazione e composizione a un livello ulteriore, nel quale possono trovarsi accomunate persino i musical obliqui del sempre prolifico William Ryan Fritch e la maestosa avventura che ha unito Sufjan Stevens, Bryce Dessner, Nico Muhly e James McAlister.

Non è certo la tendenza dettata dai principali siti internazionali di settore ad aver individuato in quello sperimentale un campo d’elezione per la sensibilità femminile. Dalle consolidate Colleen e Noveller alle misteriose Demen e Atariame, dalle esili trame compositive di Jasmine Guffond alla bassa fedeltà cangiante di Ekin Fil e Midwife, fino alla ricerca per archi e voce delle We Like We, è un dato di fatto che non dovrebbe essere nemmeno rimarcato quello della presenza femminile in campi generalmente considerati ostici ma proprio per questo affrontati con piglio e creatività tutt’altro che banali.

Più per ritrovata inclinazione personale che per effettiva amplificazione produttiva, il 2017 è stato su queste pagine anche l’anno della (ri)scoperta del microcosmo delle cassette autoprodotte e, di conseguenza, di quella musica “da cameretta” che, fuori da ogni luogo comune, da vent’anni non manca di rigenerare la musica. Oltre agli interpreti di lungo corso quali F.S. Blumm ed Entertainment For The Braindead e alla mole disorientante di produzioni di Matt Christensen, meritano una segnalazione gli ancor più sotterranei Cloud Tangle, See You At Home, Lightning Bug e Tiptoes.

Come e forse più degli scorsi anni, uno spazio significativo è stato dedicato a produzioni provenienti dal nostro Paese, ovviamente distanti dal frastuono della scena “indipendente” ma come non mai degne di essere considerate alla stessa stregua di quelle provenienti dal resto del mondo. Dal limpido neoclassicismo di Stefano Guzzetti, Giulio Fagiolini e Ed Carlsen, alla variopinta ricerca sonora di MonoLogue, The Star Pillow, Federico Mosconi, con_cetta e The Volume Settings Folder è stata anche l’annata nella quale la sotterranea rete che lega musicisti sperimentali italiani ha portato alcuni di loro a lavorare insieme, con risultati davvero degni di nota, come nel caso di Enrico Coniglio e Matteo Uggeri, Francesco Giannico e Giulio Aldinucci e di quest’ultimo con Francis M. Gri.

L’ultima serie di citazioni, come di consueto, è riservata non a una categoria musicale bensì ad artisti i cui lavori sono stati proposti e trattati su queste pagine e che difficilmente hanno trovato spazio altrove. Tra questi possono essere senz’altro annoverati alcuni di quelli sopra citati, oltre ad esempio a Budapest, Brumes, Seagull, Grawlixes, Captain, Tomo Nakayama, Var, Bakers At Dawn, Ayan Das; senza pretesa alcuna di esclusività, si tratta di dischi che non cambieranno mai la “storia della musica” (?), ma che attraverso Music Won’t Save You potranno forse aver trovato un ascoltatore un più, una persona in più che possa averli apprezzati. Se così sarà stato, allora lo sforzo di mantenere queste pagine vive e attive, tra mille difficoltà, non potrà considerarsi vano e anzi sarà un fondamentale stimolo quotidiano per proseguire, anche solo a provare appuntare con brevi note musica che vale la pena di scoprire, ricercandola senza sosta, anche in questo tempo complesso e disorientante, nel quale però non muta la capacità della musica di catturare le componenti umane più istintive.

Buon 2018!

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Questa voce è stata pubblicata il 1 gennaio 2018 da in articoli con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , .
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