music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

rearview mirror: 2016

2016Buone o cattive che possano reputarsi, alle abitudini è ben difficile rinunciare; per questo, nelle ultime settimane (in qualche caso persino prima della fine dello scorso novembre!) chi segue con attenzione la musica indipendente avrà avuto modo di leggere decine e decine di classifiche volte a ricostruire, raccogliendone il meglio, l’annata appena trascorsa. Per lo stesso motivo, anche se in senso del tutto diverso, ecco il quinto “specchietto retrospettivo” di Music Won’t Save You, dedicato all’anno concluso soltanto poche ore fa.

Oltre alle abituali considerazioni sulle classifiche altrui, nelle quali (a parte i “big” di turno, quali nel 2016 Cave, e gli “inevitabili” Cohen e Bowie) finiscono per comparire nelle posizioni più elevate nomi frutto della convergenza di appena due o tre collaboratori di testata, fa piacere constatare che alcune fonti più acute hanno optato per affiancare alle canoniche classifiche articoli discorsivi , volti a tracciare un focus sull’annata senz’altro più analitico di quanto i soli freddi numeri possano raccontare. Per fortuna, oggi ciascuno si trova dinanzi un oceano di musica talmente sconfinato da offrire non solo l’inevitabile disorientamento ma soprattutto orizzonti di possibilità infiniti; così, ciascuno può costruirsi i propri punti cardinali, senza curarsi nemmeno più di tanto del tanto rumore di fondo al quale, di fatto, le voci innumerevoli (ma spesso molto simili tra loro) di web e residua carta stampata contribuiscono dal punto di vista (più o meno) ufficiale.

Non è umanamente possibile, invece, pensare di poter tirare una linea per chiudere un arco temporale che, al di là delle convenzioni, rimane sempre aperto a scoperte future. Per questo, nonostante le quasi 600 recensioni di dischi del 2016, nelle prossime settimane Music Won’t Save You non rinuncerà a proporre ulteriori titoli pubblicati nel corso dell’anno, restando come sempre aperto a qualsiasi suggestione sarà ritenuta degna di note, anche solo delle poche righe richieste dalle mutate condizioni dell’informazione musicale sul web rispetto, ad esempio, a una decina di anni fa e consentite dal tempo e dallo spazio a disposizione dell’ostinato tentativo di portare avanti simile esperienza individuale di condivisione e diffusione di spunti sonori.

Ed è per questo che, nonostante quanto appena detto, anche per il 2016 è opportuno mantenere l’abitudine di guardare indietro all’anno appena concluso, più che altro per segna(la)re alcuni punti fermi che lo hanno caratterizzato su queste pagine, per non smarrirli pur a distanza di tempo così breve (ma già così grande quanto a mole di ascolti) e per richiamare su di essi l’attenzione di chi avrà la pazienza di leggerne una breve rassegna, magari ripescando o scoprendo qualcosa che possa essergli sfuggito. Del resto, quale altra funzione rimane oggi a chi parla di musica se non il suggerimento disinteressato di quanto, semplicemente, offra sensazioni che si ritengono meritevoli di essere condivise?

plantman_to_the_lighthouseIn questo senso, il disco che ha caratterizzato maggiormente e più a lungo il 2016 è stato senz’altro il terzo di Matthew Randall a nome Plantman: come già i due precedenti, “To The Lighthouse” è stato un disco capace di scandire emozioni e sensazioni stagionali, distillando agrodolci canzoni pop che con incredibile naturalezza spaziano da languori jangly a saltuari uptempo, prediligendo tuttavia un intimismo genuino, mai forzato né retorico. Le melodie di “To The Lighthouse” sono riuscite a toccare corde delicate, come i colori pastello del suo artwork, con la grazia e la semplicità di un autentico gioiello pop.

weyes_blood_front_row_seat_to_earthA seguire, l’apertura alla condivisione acustico-neoclassica di Brave Timbers, il cui aggraziato “Hope” unisce linguaggi cameristici e folk con un emozionante approccio ambientale, e due voci femminili diverse per premesse e carattere, ma entrambe capaci di ammaliare. Da un lato, la conferma di Weyes Blood, consacrata da “Front Row Seat To Earth” a musa potente ed evocativa dalla classe antica e dalla sensibilità modernissima; dall’altro l’esordio di Lucy Roleff, tutto all’insegna di una voce sottile e di un folk polveroso, ma non per questo meno ammaliante.
E poi, il calore del picking di Western Skies Motel che in “Settlers” diventa ponte suggestivo tra folk, neoclassicismo e ambience notturna, in un vagheggiamento straordinariamente poetico del deserto come condizione dell’anima, e quello altrettanto soffuso ma completato dal diario intimo e invernale delle canzoni di Gareth Dickson, la dimensione personale del cui “Orwell Court” proietta in un altrove sospeso, denso di sensazioni di incontaminata malinconia drake-iana.

jason_van_wyk_attachmentMenzioni speciali anche per il debutto sotto l’alias Cave In The Sky dell’australiano Cye Wood, che in Islanda ha trovato le risonanze naturali ideali per la sua ispirazione acustico-cameristica, per quello dei canadesi Living Hour, credibili alfieri di avvolgenti sonorità shoegaze declinate con spiccata sensibilità pop e per il compositore sudafricano Jason Van Wyk, il cui “Attachment” segna una delle più coinvolgenti uscite neoclassiche dell’anno.
Restando in quest’ultimo ambito, ricco di spunti al di là del concreto rischio di divenire inflazionato soprattutto per quanto riguarda le innumerevoli proposte di minimalismo pianistico in circolazione, non possono non essere ricordati, tra gli altri, il ritorno di Jóhann Jóhannsson a un album in studio (“Orphée“) dopo tante colonne sonore e la duplice intensissima uscita di Glacis, il cui “The World Is A Little Lonelier Without You” è senz’altro tra le opere più toccanti della stagione. E poi il debutto solista di Christine Ott, l’accesso a una dimensione orchestrale di Richard Moult (“Sjóraust“), di Bruno Sanfilippo (“The Poet“) e di Kirill Nikolai (“Letting Go Variations“), oltre all’immancabile William Ryan Fritch, che non solo ha concluso con il magistrale “New Words For Old Wounds” il suo tour de force di undici uscite preventivate nel corso di due anni ma, come se non bastasse, vi ha aggiunto ulteriore materiale in bilico tra sperimentazione orchestrale e obliqua scrittura cantautorale.

laish_pendulum_swingA proposito di cantautorato, anche tale ambito ha validamente smentito i luoghi comuni secondo cui si tratterebbe di un terreno ripetitivo e scarsamente fonte di proposte capaci di colpire. A colpire, invece, sono state le voci, le storie e le doti di arrangiamento di numerosi artisti; tra i tanti, non mancano conferme di ispirazione costante (Laish, A Singer Of Songs, Matt Elliott, RM Hubbert, David Åhlén, Ralegh Long, David Allred, Charlie Cunningham, House Of Wolves) e dimensioni espressive nuove o semplicemente ritrovate, quali Owen in formato solista e con gli American Football (uno dei ritorni dell’anno), l’inedito binomio di Alasdair Roberts con James Green (“Plaint Of Lapwing“), l’ennesima collaborazione di King Creosote (presente anche in versione solista con “Astronaut Meets Appleman“) con Daniel Johnston (“The Bound Of The Red Deer“) e l’eclettismo di Mike Tolan, il cui progetto Talons’ ha proposto ben quattro uscite eterogenee, che hanno spaziato dall’intimismo slow-core a più contorte elaborazioni chitarristiche in bassa fedeltà.

modern_studies_swell_to_greatLe infinite sfaccettature del folk hanno permesso di scoprire, nello sciamanico “Immortal Light“, la nuova identità solista di Buck Curran dopo la tormentata fine degli Arborea, di ritrovare le contaminazioni etniche di Stranded Horse (“Luxe“) e quelle, ancora una volta sorprendenti, di The Gentle Good (“Ruins/Adfeilion“), il cui idioma gaelico è stato condiviso anche da un’altra uscita di tutto rilievo, quella in chiave pop dei Bendith. Più canonici i riferimenti alla tradizione americana del debutto dei Nap Eyes e, in parte, di Eddie Keenan, il cui progetto The Driftwood Manor è finalmente assurto a una pubblicazione in grado di diffondere il valore su più vasta scala indipendente. Le ricercate proposte orchestrali di Mutual Benefit e del “supergruppo” Modern Studies hanno poi incarnato il lato più ricercato dell’infinito rinnovamento del linguaggio folk, mentre il ritorno in forma smagliante di Mi And L’Au e quello delle gemelline Pascal Pinon ne hanno rappresentato quello più intimo e ovattato.

queen_of_the_meadow_aligned_with_juniperÈ stato, come ormai avviene di sovente, un anno popolato da suggestive voci femminili, protagoniste nel folk (Allysen Callery, Laura Gibson, Itasca, Emily Jane White, Lisa/Liza) ma anche capaci di elaborare formule espressive decise e personali (Andrea Schroeder, Emma Russack, Emily Rodgers) o improntate a delicate tinte pastello (MayMay). Accanto a tali conferme, non sono mancati debutti capaci di incantare con la loro delicatezza (Queen Of The Meadow, Ditte Elly, Kathleen Mary Lee) o per la ricerca di percorsi espressivi niente affatto scontati (Eddi Front e, soprattutto, Annie Ellicott).

the_yearning_evening_souvenirsLe varie sfumature del pop non hanno deluso i loro indefessi estimatori, che hanno potuto continuare ad apprezzarne tanto le agrodolci declinazioni indie (California Snow Story, The Yearning, The Perfect English Weather, Bubblegum Lemonade) quanto reminiscenze wave più o meno pronunciate (The Ocean Party, Ultimate Painting, Sea Pinks, Lightning In A Twilight Hour). E non sono mancati nemmeno spunti giocosi, tra folk e ricercata estetica sixties (Sorry Gilberto, Samara Lubelski) o intrisi di una sottile psichedelia d’altri tempi (The Big Eyes Family Players, North Sea Radio Orchestra).

the_green_kingdom_harborIl segmento più dilatato della sfera di interesse seguita dal sito, quello latamente ambientale, ha offerto la consueta mole di proposte in continuo rinnovamento espressivo. Accanto ai brillanti ritorni di nomi che ormai hanno travalicato l’attenzione dei soli addetti ai lavori del genere, quali Tim Hecker ed Eluvium, e alla consueta messe annuale di uscite di Chihei Hatakeyama (“Above The Desert” su tutte) e Wil Bolton (“February Dawn“), non sono mancati debutti incoraggianti (Kj, Drombeg, Madeleine Cocolas), oltre all’immancabile fitta rete di collaborazioni, tra le quali meritano di essere ricordate in particolare quella di Cyril Secq con Orla Wren (“Branches“), quella tra Siavash Amini e Zenjungle (“Topology Of Figments“) e quella che ha visto per protagonisti Aaron Martin e Leonardo Rosado (“In The Dead Of Night When Everything Is Asleep“). La vastità dello spettro espressivo ricompreso in tale ambito è poi resa emblematica dagli spunti neoclassici di Antonymes e di Willamette e dalle sognanti modulazioni di The Green Kingdom, il cui splendido “Harbor” è qualcosa di più di un omaggio ai Cocteau Twins aggiornato ai linguaggi ambientali contemporanei.

benoit_pioulard_the_benoit_pioulard_listening_matterPiù di un lavoro trattato nel corso dell’annata ha visto tentativi di combinazione di basi ambient-drone con l’elemento vocale; dalle modalità di realizzazione di tali interazioni sono originati risultati molto diversi, dal drone-folk di Ekin Fil e di Sister Grotto alle cangianti prospettive sonore di Medicine Voice, dalla sorprendente vena pop di Benoît Pioulard alla scrittura visionaria di Port St. Willow, dal cantautorato slow-core di Matt Christensen alle suggestioni liriche di Ian William Craig e dell’inedita collaborazione tra fratelli di Delilah Gutman e Drawing Virtual Gardens. Menzione doverosa anche per chi invece da sempre incentra la propria ambience tutta sulla voce, ovvero Julianna Barwick, e per la trasognata opacità delle intersezioni tra voce e strumenti acustici di Transbluency.

federico_durand_a_traves_del_espejoIl lato acustico, appunto, dell’universo ambientale ha poi regalato le intersezioni avventurose di Federico Durand (“A través del espejo“), The Sly And Unseen e The Hardy Tree, i delicati ricami armonici di Speck, Asuna, Padang Food Tigers & Sigbjørn Apeland, Ben McElroy e le ariose ambientazioni di Daniel Thomas Freeman e Aukai. Alla stessa categoria possono comunque ascriversi lavori di fingerpicking quali in particolare quelle di Danny Paul Grody e Kristín Þóra Haralsdóttir, mentre assolutamente trasversale a una pluralità di modalità espressive (dalla sperimentazione drone al dimesso cantautorato in bassa fedeltà) è stato la prolificissima annata di øjeRum.

Ancor più sfuggenti a stanche pratiche definitorie dischi ancor più inclini alla sperimentazione, come quelli di Matthew Collings e Julia White, oppure capaci di coniugare tra loro mondi linguaggi musicali diversi in maniera imprevedibile. È il caso del lounge-pop di Littlebow, dell’incessante cut-up sonoro di Bracken (al ritorno dopo nove anni) e della debuttante australiana Carla Dal Forno, delle visioni cosmiche di MJ Guider e del ricco collage di ricerca e melodia di Building Instrument.

from_a_distancePer inclinazione, Music Won’t Save non tratta la musica prodotta da artisti italiani in maniera diversa rispetto a quella proveniente da tutto il resto del mondo. Né ghettizzazione, né attenzione particolare è riservata alle produzioni provenienti dal nostro Paese; ciò non vuol dire che nel corso dell’anno non siano comparsi su queste pagine validi artisti italiani, ma semplicemente che nel loro caso il passaporto non ha in alcun modo rappresentato una discriminante. Le scelte sono dunque cadute su proposte coerenti con tutto il resto della trattazione musicale del sito, in maniera del tutto svincolata dalla scena indipendente italica (nonché dalle incalzanti richiesti degli uffici stampa che lo seguono…), e dunque hanno avuto per oggetto, tra gli altri, il sorprendente debutto indie-folk dal respiro internazionale di Bea Sanjust, quello in delicata chiave acustica di From A Distance e le conferme di eccellenze pop quali Giorgio Tuma e Warm Morning Brothers. Ampio spazio è stato inevitabilmente riservato alle esperienze sempre più numerose e convincenti nel campo della composizione neoclassica (Federico Albanese, Bruno Bavota, Stefano Guzzetti) e delle sue combinazioni elettroniche (Lorenzo Masotto, Marco Caricola). Il panorama più strettamente ambientale ha offerto i dischi più coinvolgenti di Francis M. Gri e di Giulio Aldinucci (“Goccia”), mentre quest’ultimo non ha mancato di applicare nuovamente il suo tocco sensibile al soundscaping, in “Agoraphonia” insieme a Francesco Giannico, altro lucido alfiere di tale pratica. Ambience e filigrane acustiche si sono poi incontrate nell’altro interessante binomio che ha visto per protagonisti Matteo Uggeri e Maurizio Abate (“Beyond Time”), mentre sconfinati orizzonti polverosi sono stati dischiusi dalla nuova prova di Wander.

les_etoiles_alight_alightCome ormai d’abitudine, sia consentito riservare una nota conclusiva ad alcuni dei tanti artisti che nel corso dell’anno sono stati trattati in maniera esclusiva o quasi su queste pagine. È a questi che ritengo sia maggiormente da attribuire l’identità di Music Won’t Save You, quella in grado di caratterizzarlo rispetto alle innumerevoli fonti di diffusione musicale presenti sulla rete; sicuramente i nomi che seguono avranno portato meno traffico rispetto alla recensione di qualche stella mainstream scritta giusto per mostrare apertura mentale (!?), ma se anche uno solo di essi avranno colpito la sensibilità anche di un solo lettore, allora la funzione del sito e l’impegno per mantenerlo vivo potranno dirsi pienamente ripagati. Tra questi possono annoverarsi vere e proprie eccellenze, come la classe cristallina della scoperta cantautorale dell’anno Joe Sampson, la variopinta vena pop degli australiani Dusken Lights e l’eleganza bucolica fuori dal tempo di Curlicues. Tra i tanti, possono citarsi anche Les Étoiles, Astronaute, Lizard Kisses, Mesta, True Strength, The Saxophones, See You At Home, Light Of Woods, Adam Scott Glasspool, Mago, Angela Aux e Adam Hayes, ma l’elenco sarebbe lunghissimo e spazia in campi musicali diversi, da scoprire tramite il lungo elenco di riepilogo delle recensioni di dischi del 2016 o anche tramite i vari video e streaming che fanno da complemento multimediale della proposta del sito. Proposta che si rinnova nel nuovo anno, non senza difficoltà e con formule che cercheranno di essere sempre più stringate ed efficaci, quanto più possibili distanti da pratiche di scrittura autoreferenziale e invece indirizzate al semplice obiettivo di essere fonte di scoperta di musica che si ritiene valida e che possa incontrare il piacere auditivo e il coinvolgimento emozionale anche di una sola persona che, più o meno per caso, acceda a queste pagine.

Buon 2017!

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5 commenti su “rearview mirror: 2016

  1. giadep
    1 gennaio 2017

    Buon anno nuovo e grazie per la musica, semplicemente. Giampaolo

  2. sandro
    1 gennaio 2017

    Ho letto con attenzione questa “classifica” e soprattutto sto provvedendo ad ascoltarla su spoty.
    Condivido quello che dici nell’articolo, e vado oltre ormai non si puo’ piu stilare una classifica e non ha piu’ senso farlo.
    L’epoca di internet ha superato e ha fatto si che giornali di musica siano anacronistici, almeno come vengono proposti ora.
    Oggi ci sono i blog, o le fanzine di settore, che non possono racchiudere tutto lo scibile musicale.
    Oggi riviste come metal shock, avrebbero senso per lo meno su internet.
    E adesso vengo al dunque, che mi dicano di comprare il disco dei radiohead, o di Bowie, oppure di pj harvey non mi serve a niente.
    Con la rete sono a conoscenza anche io che sono usciti questi dischi, e sono in grado di sapere se mi piacciono o meno.
    Mi sarebbe piaciuto che qualcuno avesse parlato della label “meccanica” , ma rumore, mucchio sono appiattite sullo stile di pitcfork, peccato che anche onda rock stia andando verso quella direzione, (tuttavia rimane valida per essere un’enciclopedia come non esistono su internet)
    Pitcfork e’ nato ed e’ gia morto.
    Quello che si cerca, e’ conoscere nuove cose, qualcuno con orecchio allenato che segnali dei suoni che aprendo il proprio istangram, oppure la rete, non riesce facilmente a scovare
    Ragion per cui, penso che questo spazio sia avanti ed il futuro e’ questo
    Pitcfork e’ del secolo scorso …
    buone cose raf ti seguo , il futuro musicale e’ radiante di cose ancora non scritte

  3. rraff
    1 gennaio 2017

    Grazie a voi degli auguri, dell’attenzione e delle considerazioni, che ovviamente condivido.
    “Il futuro musicale e’ radiante di cose ancora non scritte” è il motto perfetto per chi come noi crede che la musica non sia affatto finita, anzi che ce ne sarà sempre da scoprire un’infinità. La chiave per accedervi è soltanto una curiosità altrettanto infinita e priva di schemi predefiniti.

  4. Simone
    3 gennaio 2017

    Un augurio di un super 2017 dai Warm Morning Brothers!

  5. Antonio M.
    4 gennaio 2017

    Auguroni anche da parte mia e sempre un immenso grazie Raff per ogni singolo giorno in cui,con massima professionalità ed innata passione recensisci musica a me tanto affine. Il tuo lavoro rappresenta un quotidiano appuntamento ed una continua sorpresa, mi stupisci ogni giorno che passa. Un abbraccio.

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Questa voce è stata pubblicata il 1 gennaio 2017 da in articoli con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , .
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